Direttiva ministeriale n. 58 dell'8 febbraio 1996
PROGRAMMI
DI INSEGNAMENTO DI EDUCAZIONE CIVICA
Art. 1
Gli obiettivi
propri dell'educazione civica sono perseguiti, da un lato, nella complessiva
attività didattica ed educativa, che riguarda tutti gli insegnamenti, le
attività extracurricolari e i diversi momenti della vita scolastica, con
modalità flessibili, anche in relazione all'autonomia delle singole scuole;
dall'altro, nell'ambito di un insegnamento specifico, come previsto dal DPR 585 del 1958.
Art. 2
Per il
perseguimento degli obiettivi di cui all'art. 1 saranno riveduti i programmi
dell'insegnamento dell'educazione civica nelle scuole secondarie e saranno
favorite le iniziative di cui all'art. 3, da realizzare nell'ambito dei
progetti educativi d'istituto, tenendo conto delle analisi e delle indicazioni
contenute nell'allegato documento
"Nuove dimensioni formative, educazione civica e cultura costituzionale",
le cui ampi prospettive culturali potranno servire come orizzonte di
riferimento anche per altri ambiti disciplinari e pedagogico-didattici.
Art. 3
I progetti
educativi di istituto assicurano modalità, spazi e tempi idonei, nell'ambito
delle singole discipline, nell'area di progetto, di cui alle conclusioni
elaborate dalla Commissione ministeriale Brocca, e nell'ambito dell'esperienza
partecipativa, alla realizzazione di proposte e di azioni educative e
didattiche, che siano capaci di aiutare i giovani ad affrontare le sfide del
nostro tempo.
Art. 4
Il Comitato di
studio costituito con DM 23.03.95 per la revisione dell'educazione civica è
integrato con altre persone esperte della materia, con particolare riferimento
ai diversi ordini e gradi di scuola, anche in relazione alle sperimentazioni in
atto.
Art. 5
Il Comitato così integrato, entro
90 giorni dalla data della presente direttiva formulerà i programmi della
scuola secondaria superiore e integrerà i programmi della scuola media, per le parti
attinenti la cultura costituzionale, ai fini indicati in premessa. Su tali
programmi sarà richiesto il parere obbligatorio del CNPI.
Art. 6
L'insegnamento
dell'educazione civica, affidato dalla normativa vigente all'insegnante di
storia, concorre autonomamente alla valutazione complessiva dello studente. Nei
bienni in cui sia presente l'insegnamento di economia e diritto, l'educazione
civica e cultura costituzionale è prevista all'interno ditale insegnamento,
assicurando in ogni caso i necessari raccordi interdisciplinari con gli altri
insegnamenti, in particolare con quello di storia.
Art. 7
Nei piani di
formazione iniziale e in itinere del personale docente e direttivo della scuola
si darà adeguato rilievo ai temi proposti dalla presente direttiva, sulla base
del documento allegato.
Art. 8
I decreti ministeriali
conseguenti ai progetti di cui all'art. 5 entreranno in vigore a partire
dall'anno scolastico successivo a quello in cui saranno emanati i nuovi
programmi. Conseguentemente il D.P.R.
13.6.1958, n. 585, concernente i "programmi per
l'insegnamento dell'educazione civica negli istituti e scuole di istruzione
secondaria e artistica" sarà abrogato.
ALLEGATO
Nuove
dimensioni formative, educazione civica e cultura costituzionale
Fare scuola,
andare a scuola, mandarvi i figli e spendere per essa risorse economiche e
professionali sono attività che implicano attese e problemi di complessità crescente,
in una società pluralistica, soggetta a rapidi cambiamenti, che non dà nulla
per scontato e che cerca ragioni e significati anche per quelle funzioni e
quelle istituzioni che in passato apparivano pacificamente accettate e solo
bisognose di miglioramenti funzionali.
Senza pretendere
di risolvere ogni problema di legittimazione di scelte di fondo che riguardano
la vita, la società, l'educazione e la scuola, non si può ignorare che le norme
che riguardano la scuola implicano scelte culturali e politiche, che vanno il
più possibile esplicitate, per consentire a tutti i soggetti interessati la
comprensione, l'accettazione, l'interpretazione responsabile e creativa e il
controllo del quadro istituzionale e programmatico reso via via disponibile
dagli organi legittimati a decidere.
Il presente testo
si propone di ricostruire sinteticamente l'ampio quadro di riferimento
culturale, pedagogico e didattico rintracciabile nella normativa vigente, entro
il quale acquistano senso sia il complesso delle discipline e delle attività
della scuola, sia l'educazione civica. Questa complessa e fondamentale attività
educativa, che ha finora sofferto di un'incerta collocazione culturale e
istituzionale, viene ora ridefinita sia come dimensione comune all'intera vita
scolastica, sia come autonomo insegnamento, che si qualifica anche come
"cultura costituzionale", per il rilievo strategico, civile,
politico, formativo che la Costituzionale italiana è venuto manifestando in
questi quasi cinquant'anni di vita democratica.
Il presente
documento intende sollecitare una riflessione sul ruolo dell'educazione e della
scuola nella società odierna, in connessione con gli obiettivi educativi
didattici contenuti nelle premesse generali dei programmi scolastici di ogni
ordine e grado.
Educazione e
scuola
L'educazione,
intesa come processo che svolge una fondamentale funzione di umanizzazione,
ossia di aiuto alla crescita personale, alla conservazione e alla rigenerazione
del patrimonio culturale e civile e allo sviluppo economico, costituisce un
bene indispensabile, addirittura costitutivo della società civile. Se i limiti
e gli ostacoli allo sviluppo scientifico, tecnico, politico, economico e
sociale sono soprattutto interni alla mente e al cuore dell'uomo, e dunque
affrontabili anzitutto per via educava, il grado di civiltà di un popolo si
misura anche sulla sua disponibilità a spendere e a spendersi per e nella
educazione.
Procreare e
portare i nuovi nati a maturità di vita, perché le diverse generazioni
concorrano a costruire una storia e un mondo il più possibile degni dell'uomo,
comporta infatti un rilevante investimento di risorse vitali, morali, culturali
e materiali una coerente politica per la famiglia, per i giovani e per le
diverse agenzie educative in particolare per la scuola. Ciò è tanto più vero,
in presenza delle sfide di tipo planetario, che si pongono al profilarsi del
terzo Millennio.
La scuola è
chiamata in causa da questa problematica senza perdere di vista i suoi
irrinunciabili compiti di alfabetizzazione culturale, negli antichi e nuovi
linguaggi di cui la cultura si nutre, la scuola è sollecitata ad abilitare le
nuove generazioni al saper essere, al saper interagire e al saper fare, in un
mondo sempre più mobile e complesso. Lo specifico scolastico si concentra
essenzialmente sulla trasmissione e per quanto possibile sulla. elaborazione
del sapere, inteso come conoscenza della realtà e dei modi per trasformarla, ma
anche come coscienza dei valori della vita e come capacità di compiere scelte
consapevoli e responsabili, per sé e per gli altri.
Queste scelte
riguardano sia le comuni vicende quotidiane, sia la conquista di mete
formative, che costituiscono altrettanti compiti di sviluppo personale, sociale
e, civile.
Ogni soggetto ha
perciò il diritto di trovare e il dovere di cercare nella scuola, con modalità
coerenti con le diverse età della vita, una serie di aiuti sistematici e
programmati a sviluppare in se le fondamentali dimensioni della persona, del
cittadino e del lavoratore. Ciò comporta la possibilità di acquisire e di
elaborare conoscenze e motivazioni di tipo 1) teoretico, scientifico, etico,
estetico, espressivo (area della persona, della ricerca della verità e del
senso della vita); 2) relazionale comunicativo, sociale, civico, politico, organizzativo
(area del cittadino, della ricerca delle regole e della convivenza); 3)
progettuale, operativo e produttivo, anche in rapporto alle caratteristiche
proprie dei vari tipi di scuola (area del lavoratore e della produzione di beni
e servizi). Queste dimensioni sono distinte ma interconnesse e possono
svilupparsi armonicamente nella stessa vicenda scolastica, intesa come ambito
di esperienza cognitiva, espressiva, sociale, lavorativa.
In tale
prospettiva l'adattamento alla vita sociale e la preparazione al mercato del
lavoro costituiscono certo obiettivi formativi rilevanti ma non esauriscono le
possibilità della scuola. Vivere in una società significa sviluppare insieme
l'appartenenza e la distanza critica, saper partecipare dall'interno, ma
all'occorrenza anche dall'esterno, alle sedi significative della cultura, della
politica, del lavoro. Ciò comporta in particolare la capacità di cercare e di
dare un senso alla vita e di elaborare dialetticamente i costrutti
dell'identità personale e della solidarietà, della libertà e della
responsabilità, della competizione e della cooperazione. La scuola non è
estranea a questa problematica.
La scuola come
valore e come istituzione da difendere e da reinventare
Definita dalla legge (DL
16-4-1994 n. 297, artt. 1-3) come istituzione che tende a darsi i caratteri di
una comunità che interagisce con la più vasta comunità sociale e civica, e
finalizzata a trasmettere e ad elaborare la cultura e a promuovere la
partecipazione dei giovani a tale processo, nel rispetto della loro coscienza
morale e civile, ogni scuola è una formazione sociale (art. 3 Cost.)
in cui gli studenti svolgono la loro personalità, esercitandovi diritti e
doveri.
In virtù dei fini che le sono
propri e dell'autonomia che le è riconosciuta, la scuola vive con propria
specificità il rapporto fra gli erogatori e i fruitori del servizio che offre:
ad essa infatti si chiede non solo di ascoltare, di capire e di soddisfare in termini
professionali la domanda di conoscenza e di competenza che viene dai giovani,
dalle loro famiglie e dalla società, ma anche di far maturare questa domanda,
in riferimento a bisogni che mutano e a motivazioni e a capacità che crescono,
anche in virtù del dialogo educativo.
Per questo il
servizio scolastico non è solo un'istituzione e un ambito di appartenenza, né
mera prestazione professionale, ma anche un'interazione sistemica, che si
svolge anzitutto fra docenti e discenti, i cui ruoli mutano correlativamente, a
mano mano che i ragazzi sono messi in grado di compiere da sé le scelte e le
operazioni fondamentali che caratterizzano la loro vita intellettuale, morale,
affettiva e sociale.
Fa parte delle
funzioni della scuola, intesa come comunità educativa, assicurare anzitutto
agli studenti l'esercizio dei diritti individuali e di quelli collettivi, e di
promuovere l'esercizio dei corrispondenti doveri, in una dialettica che
salvaguardi identità e solidarietà, apprendimento e partecipazione, aggregazione
spontanea e raggruppamento formale, efficacia/efficienza ed espressività,
interventi direttivi e sussidiarietà, in quanto bisogni-valori personali e
sociali, e in quanto dimensioni complementari dell'esperienza scolastica.
L'equilibrio fra
queste dimensioni comporta un dialogo educativo, che, tenendo ovviamente conto
dell'età e delle risorse personali via via disponibili, si orienti alla
elaborazione di un contratto formativo, ossia di un impegno condiviso da
insegnanti, studenti e genitori in modo il più possibile reciproco ed
esplicito, implicante l'assunzione concordata e verificata dei propositi e
degli obblighi.
In quanto
istituzione pubblica, che rende conto alla collettività e non solo ai diretti
fruitori delle sue scelte e delle sue attività, la scuola concorda e disegna i
suoi percorsi formativi entro un quadro di riferimento normativo, che insieme
garantisce i singoli e sollecita l'insegnamento, l'apprendimento e la ricerca a
identificare e perseguire compiti di sviluppo personale e sociale.
Le leggi e le
premesse ai programmi vigenti e quelli ancora sperimentali forniscono già punti
di riferimento e orizzonti di senso all'impegno scolastico, citando in
proposito la Costituzione e le dichiarazioni dei diritti dell'uomo. Il DPR 585>1958,
che risale ad un periodo precedente le norme degli anni '60 e '70, ha affidato
alla scuola il compito di proiettarsi "verso la vita sociale, giuridica,
politica, verso i principi che reggono la collettività e le forme nelle quali
essa si concreta".
Negli ultimi
decenni la problematica della vita e della convivenza umana si è arricchita e
complicata di nuove dimensioni, di cui leggi e circolari hanno puntualmente
fatto carico alla scuola, in termini per Io più di aggiunta di problemi e di
contenuti, piuttosto che di ripensamento organico del complesso dei compiti
della scuola.
E' un fatto che
l'educazione e la scuola devono affrontare le sfide dei cambiamenti, da
accettare e da promuovere criticamente, con gli strumenti deboli
dell'informazione, della scienza, della sapienza, ma anche della testimonianza
e dell'impegno a convincere, indirizzandosi da un lato alle generazioni
emergenti, dall'altro alla stessa società globale, spesso indifferente e
incapace di pensare al presente e al futuro in termini di potenzialità umane da
sviluppare, a beneficio dei singoli e della collettività.
La scuola non è
un'istituzione "inossidabile", al riparo delle tempeste demografiche,
economiche, culturali, psicologiche che talora sconvolgono il cielo inquieto
della società contemporanea. Diverse crisi di legittimazione e di funzionalità,
di motivazione e di produttività possono comprometterne la salute: la
concorrenza di un aggressivo e suadente mercato multimediale potrebbe fare il
resto, offrendo servizi tanto efficienti quanto pericolosi per lo sviluppo di
un'identità solidale.
Se vuole evitare il peggio, la
scuola deve non solo articolarsi, decentrando poteri e assicurando autonomie
coordinate e valutate da un centro agile e attento, ma costruirsi e
legittimarsi nell'impegno quotidiano, nella convinzione di svolgere una
funzione antropologica complessivamente non sostituibile da alcun'altra ipotesi
formativa. Chi vuole la scuola, non deve limitarsi a presupporla e a chiederla,
ma deve in certo senso concorrere a istituirla e a costruirla ogni giorno,
insieme con tutte forze che sono disposte ad aiutarla, facendosi in qualche
modo garanzia del suo successo e del suo futuro.
Le motivazioni
all'apprendimento e la rimozione degli ostacoli che lo impediscono
Il sapere delle
persone deriva da ciò che esse apprendono attraverso l'insieme delle esperienze
che vivono e delle attività che compiono, non solo attraverso il lavoro
scolastico: poiché gli aspetti percettivi, intellettivi, affettivi e morali
sono indissociabili, questo apprendimento dipende dall'insieme delle
motivazioni che il soggetto possiede e può maturare in ordine all'acquisizione
di nuove conoscenze. Ciò significa che le conoscenze e le competenze variano
con il variare delle condizioni oggettive (l'ambiente e in particolare l'azione
didattica) e di quelle soggettive (il vissuto e in particolare l'azione di
studio e di apprendimento).
Questo circolo
vitale, in cui pensiero e azione si arricchiscono a vicenda, producendo
sviluppo fisico, affettivo, mentale, morale, ma anche sapere e cultura, può
procedere con maggiore o minore velocità, produttività, validità,
soddisfazione.
Diversi eventi e
diverse condizioni personali e sociali possono rallentarlo o interromperlo, ma
anche rimetterlo in moto, accelerarlo e perfino riorientarlo, ossia dargli
senso e direzione di marcia nuovi.
Ragionamenti,
messaggi, esempi, esperienze influiscono in diversa misura sulla scala di
valori del soggetto e conseguentemente sul circolo vitale fra pensiero e
azione, da cui si produce il sapere nell'ampia accezione ricordata.
Famiglie, scuole,
amici, ambienti di gioco e di lavoro, associazioni, comunità religiose, mass
media sono fonti di questi messaggi e possono stimolare o inibire la voglia di
studiare, facilitare od ostacolare l'elaborazione di motivazioni allo studio
generale alla vita e all'assunzione delle responsabilità che questa comporta.
Come nota la CM 362/1992,
la scuola non può perseguire i suoi fini istituzionali d'istruzione e di
promozione dell'apprendimento, per rendere effettivo il diritto allo studio,
senza farsi carico, per la sua parte, della "rimozione degli
ostacoli" che compromettono più o meno gravemente il raggiungimento di
tali fini. Il nostro tempo è caratterizzato anche da nuovi ostacoli e da nuovi
malesseri, generatori di nuove patologie, non più affrontabili nei soli termini
tradizionali dell'assistenza economica e sanitaria.
L'impegno di
rimozione di tali ostacoli, che anche la scuola deve affrontare, in quanto
istituzione della Repubblica (art. 3 Cost.),
implica la necessità di lavorare non solo con i contenuti disciplinari e con le
didattiche specifiche, ma anche con i valori i processi, le relazioni, i
significati, le motivazioni da cui dipendono il successo o l'insuccesso
scolastico, la gioia, la tristezza, la voglia di vivere e di lavorare, o,
all'opposto, la rinuncia, la disistima di sé, il rifiuto più o meno esplicito
della vita, nelle forme dell'uso di droga, della fuga da casa, della noia,
della devianza, della delinquenza, della violenza.
Il diritto allo
studio acquista perciò sempre più il carattere di diritto alla buona qualità
della vita scolastica, condizione indispensabile per l'efficacia e l'efficienza
del servizio offerto. Ciò d'altra parte non si realizza senza un complessivo
impegno di lotta alla dispersione scolastica e senza la partecipazione degli
stessi interessati, che sono tenuti, per sé e per altri, a rendere fruibile
tale diritto.
Tutto questo
comporta la rifinalizzazione e per certi aspetti l'arricchimento delle risorse
tradizionali di cui dispone la scuola, nonché il potenziamento delle sue
specifiche competenze, anche mediante l'attivazione di intese e sinergie con
istituzioni e con risorse esterne alla scuola stessa, in vista della promozione
di esperienze formative efficaci, sia sul piano della lotta all'insuccesso
scolastico, sia sul piano della valorizzazione dei talenti.
Da una mole ormai
ragguardevole di studi e di analisi empiriche sulla droga, sull'insuccesso e
sulla devianza, si ricava l'idea apparentemente ovvia che la morte si combatte
con la promozione della vita, la disperazione con la fiducia e con il lavoro
gratificante e comunitario, e l'ignoranza con una forma di sapere, che sappia
farsi interrogare dalla vita e a questa sappia dare delle risposte fruibili
anche nei tempi brevi del quotidiano, e non so/o nei tempi lunghi
dell'accumulazione in vista di un incerto futuro. La scuola non può essere
neutrale di fronte alle dinamiche che conducono, ad un certo punto, a diverse
forme di suicidio, di omicidio, di ecocidio; né può sottovalutare le potenzialità
di cui dispone per volgere in positivo tali dinamiche.
Alla prospettiva
di una fuga dalla realtà, di un piacere che mascheri solo per brevi intervalli
un'angoscia crescente, e di un potere conquistato con metodi illegali e
violenti, la scuola può e deve contrapporre la prospettiva di impegno e di una
gioia, che scaturiscano sia da incontri significativi con grandi problemi e
grandi personalità della storia e della cultura, sia dalla ricchezza
relazionale della stessa vita scolastica che, nonostante molteplici angustie,
può rendersi capace di mobilitare le risorse dell'immaginazione e della
solidarietà.
Di fatto, per
citare un solo esempio, alle proposte contenute nei progetti Giovani e Ragazzi
2000 ha fatto seguito un'esplosione di iniziative di tipo espressivo-comunicativo,
che vanno dalla poesia al teatro, dalla musica al canto, dallo sport alla
produzione cartellonistica e cinematografica, dalla realizzazione di mostre
alla produzione di un numero notevolissimo di giornali d'istituto, dalla
riqualificazione delle assemblee di classe e generali alla stesura di carte dei
diritti e doveri degli studenti.
I contenuti
riguardano per lo più iniziative per combattere il disagio altrui, l'impegno
ecologico, interculturale, solidaristico, sul piano locale, nazionale e
internazionale. Se ben governate, queste iniziative non sono altra cosa
rispetto ai programmi vigenti, ma altro modo di affrontarli.
Nella scuola si è
anche sperimentato il gusto di lavorare manualmente, di compiere esperienze di
scuola-lavoro, di produrre beni e servizi, di assistere i compagni più giovani
in difficoltà, di dedicarsi non solo a studiare la natura, ma anche a compiere
azioni volte a difenderla e a salvarla dal degrado, a cominciare dallo stesso
edificio scolastico, sovente sconciato da ignoti, che vivono o hanno
evidentemente vissuto un cattivo rapporto con la loro scuola. Il civismo
comincia dal rispetto e dalla cura del proprio corpo e del proprio ambiente: ed
è spesso in controtendenza con costumi di diffusa inciviltà.
Queste proposte,
che non esauriscono l'impegno della scuola nella direzione indicata, se
comprese, nelle loro molteplici funzioni e nei loro limiti e ricondotte entro
un quadro unitario, sul piano pedagogico e organizzativo, non sono in contrasto
con acquisizioni più serie della didattica contemporanea.
Questa infatti diviene sempre più
consapevole della complessità dell'insegnare e suggerisce non tanto di compiere
scelte drasticamente alternative, sulla base di pregiudiziali propensioni
ideologiche, quanto piuttosto di mediare, con responsabile attenzione ai
vincoli e ai risultati, fra svolgimento del programma e autonomizzazione degli
studenti, fra conoscenze e valori, fra nucleo di valori condivisi, e personale
visione della vita, fra sapere consolidato e sapere emergente, fra approccio
cognitivo e approccio relazionale, fra attenzione alle prestazioni e attenzione
ai vissuti, fra programmazione rigorosa e promozione della creatività degli
allievi, fra linguaggi tradizionali e nuovi linguaggi multimediali, fra
quantità e qualità degli apprendimenti. La diffusa preferenza per i primi
termini di queste coppie nell'interpretare il ruolo della scuola non significa
affatto rinuncia a farsi carico dei secondi, che sono in certo senso
precondizioni, in certo senso obiettivi finali del lavoro scolastico.
Si dice talora,
con formula sintetica, riferita alle varie patologie giovanili, che il problema
vero della scuola è quello di educare, e che istruire non basta. Per non cadere
nella retorica, occorre approfondire questa formula, per far emergere le
componenti psicologiche, etiche, culturali, comportamentali di cui essa è
l'espressione, in rapporto ai risultati attesi e a quelli riscontrati. La legge 162/1990
distingue per esempio fra "attività di educazione alla salute" e
"informazione sui danni derivanti dall'alcoolismo, dal tabagismo, dall'uso
delle sostanze stupefacenti o psicotrope, nonché dalle patologie
correlate", impegnando la scuola su entrambi i fronti. E la legge 285/1992
impegna la scuola a "promuovere la formazione dei giovani in materia di
comportamento stradale e della sicurezza del traffico e della
circolazione". Prevenire è qui sinonimo di educare.
L'informazione non sempre produce
gli effetti desiderati: essa va fornita con modalità appropriate, entro un
contesto di fiducia nei valori che la giustificano e nelle persone cui ci si
rivolge, di tenace pazienza di fronte agli insuccessi, di testimonianza della
necessaria coerenza fra valori vitali, valori culturali, valori istituzionali.
Rigorismo, lassismo, indifferenza, ignoranza non aiutano la scuola a trovare la
strada della serietà, del coraggio, della comunicazione sincera e corretta: la
strada, cioè, che sa coniugare ricerca e solidarietà, vigilanza e lealtà, per
fare della scuola un ambiente positivo, accogliente e credibile.
Una paideia per
il nuovo Millennio
La crisi della
cultura contemporanea, dovuta in gran parte alla delusione seguita alle
speranze illuministiche e romantiche, non meno che a quelle scientifiche,
tecnologiche, democratiche e sociali del nostro secolo, sembra condannarci
all'impotenza collettiva, di fronte alla complessità e all'ampiezza dei
problemi del nostro tempo. Si è parlato in proposito di divario umano frutto
del ritardo evolutivo della nostra specie. Esso consiste nel fatto che, sul
piano intellettuale, morale, affettivo e operativo, non si vive per lo più
all'altezza delle conoscenze e dei mezzi tecnici di cui si dispone. Ciò non è
da intendersi come cieca fatalità: i limiti e gli ostacoli che impediscono lo
sviluppo sono soprattutto interni all'uomo ossia di tipo cognitivo,
psicologico, culturale e morale: e dunque sono aggredibili, come s'è notato,
anche per via educativa.
E' perciò
opportuno ricordare che lo stato presente non è solo un dato, ma è anche frutto
di conquiste e di perdite di vittorie e di sconfitte. Allo stesso modo il
futuro sarà anche quello che le generazioni adulte e quelle emergenti sapranno
e vorranno vedere e quello che decideranno di fare. La cultura e l'arte aiutano
a capire, a interpretare, a trasfigurare, a progettare, non a mistificare e a
rimuovere la realtà. La mediazione culturale svolta dalla scuola implica
distanziamento critico, non evasione, occultamento o indifferenza.
Quando mancano
criteri orientativi condivisi e motivazioni forti alla progettazione del
futuro, si assiste alla caduta del senso e della voglia di vivere, o,
all'opposto ad una smania di vivere priva di ragioni e di limiti, e perciò
caratterizzata da edonismo, violenza, cinismo, disinteresse per la vita degli
altri, per l'educazione e per la sorte delle istituzioni e dei posteri, in una
parola per il futuro.
Questo
rattrappimento della progettualità e della speranza, della fiducia e della
gioia di vivere e di costruire, porta molti a sentirsi estranei alla ricerca
culturale, scientifica e tecnologica e alla vita delle istituzioni e delle
norme, la cui faticosa elaborazione costituisce la sostanza dell'impegno
politico. I piccoli appaiono talora sazi e distratti e molti giovani, nei
riguardi del mondo scientifico e tecnologico e della costruzione di un'Europa
democratica e di una mondialità solidale, nutrono atteggiamenti ambivalenti:
desiderio da un lato, disinteresse dall'altro: in sostanza preoccupazione per
la difesa dei livelli di vita generalmente raggiunti dal nostro Paese e
consenso permissivo al processo di integrazione europea, più che voglia di
superare gli ostacoli e le contraddizioni che si trovano lungo il faticoso
cammino verso l'unità di un Continente sempre più multiculturale, e del Mondo.
L'azione
educativa non è in proposito onnipotente, né del tutto libera da sospetti, per
gli equivoci, la retorica, le manipolazioni che talora porta con sé: ma non è
neppure impotente e incapace di analisi, di proposta, di liberazione, di
mobilitazione delle intelligenze.
Ciò vale in
particolare per la scuola. I cataloghi di bisogni/valori/diritti che norme e
documenti internazionali propongono come condizioni per la vita umana e come
guide e criteri per l'azione educativa, anche della scuola, sono riconducibili
all'educazione alla democrazia e ai diritti umani, in particolare alla libertà,
alla giustizia, al lavoro, alla legalità, alla pace, allo sviluppo, alla
salute, alla solidarietà, alla sicurezza, alla sessualità, al senso, alla
scienza, allo studio, all'identità, all'intercultura, all'ambiente,
all'alimentazione, alla famiglia, alla nazione, all'Europa, al Mondo.
L'elenco non
intende essere conclusivo, ma ricognitivo di quanto diverse fonti più o meno
autorevoli sul piano culturale e/o istituzionale vengono proponendo alla
scuola, anche per combattere le nefaste conseguenze della loro carenza, che
produce altrettante emergenze, minacciose per la vita personale e sociale.
Investita da
questa raffica di proposte, che possono rimotivarla o deprimerla, a seconda
delle chiavi di lettura di cui disponga, la scuola reagisce con difficoltà,
incerta fra compiti di tipo disciplinare e compiti di tipo trasversale, fra
promozione di apprendimenti verificabili e coltivazione di valori affidati alla
libertà delle coscienze, fra saperi consolidati e saperi controversi.
Di qui l'impegno
degli organismi sovranazionali, regionali, comunali, e dello stesso ministero
della P.I. a rilanciare ed approfondire senza sosta questi temi, a promuovere
gruppi di ricerca, a suggerire approcci interdisciplinari per
"produrre", con le alfabetizzazioni funzionali e con le
"educazioni", un sapere critico, dotato di valenze
etico-estetico-scientifico-socio-civico-economico-politiche, capace di
consentire alle nuove generazioni di affrontare con adeguata preparazione le
sfide del terzo Millennio.
E' questo il
senso del ricorso all'antico termine di paideia, per indicare il complesso
dell'offerta formativa che il mondo adulto tenta di elaborare e di proporre
alle nuove generazioni, per assicurare continuità e cambiamento, tradizione e
novità.
Nei programmi
scolastici, da quello della scuola media del 1979 a quello della scuola
elementare del 1985, a quello della scuola materna del 1991, sono state
introdotte molte tematiche relative all'educazione etico-socio-civico-politica.
Nei programmi per i bienni delle secondarie superiori, non ancora obbligatori
per tutte le scuole, hanno trovato posto fra le materie curricolari l'economia
e il diritto, i cui programmi fanno esplicito riferimento ad alcune delle
tematiche citate.
Queste decisioni
sono accompagnate da un grande consenso di principio, ma anche da qualche
timore che si voglia dilatare eccessivamente il carico di contenuti e di
aspettative nei riguardi della scuola, col rischio di non consentirle di
raggiungere i suoi obiettivi tradizionali, che fra l'altro nessun altro ente
educativo è oggi in grado di raggiungere al posto suo. L'autonomia, la Carta
dei servizi scolastici e il PEI, da un lato aiutano la scuola a prendere
coscienza dei suoi mezzi e dei suoi compiti, dall'altro sembrano evidenziare le
difficoltà di una progettazione creativa e responsabile.
La trasversalità
dei contenuti e dei metodi di insegnamento
Esistono però
anche modalità meno problematiche di pensare alla presa in carico dei
bisogni-valori citati. Se questi vengono considerati non solo come contenuti
degni di studio specialistico, ma anche come dimensioni della vita personale e
sociale del nostro tempo, al cui sviluppo si tratta di concorrere, utilizzando
le risorse di cui di fatto si dispone, allora non si è più prigionieri di
vincoli materiali di spazio e di tempo.
Si parla perciò
di trasversalità, ossia di istanze e di punti di vista che, attraversando un
elenco di funzioni di attività, di processi, di contenuti disciplinari, non
giustappongono necessariamente cosa a cosa, ma consentono di ripensare, di
rifinalizzare e di riorganizzare determinati assetti o discipline, col mettere
in luce aspetti e ricadute prima ignorati o sottovalutati nel consueto modo
d'insegnare e di vivere le relazioni quotidiane.
Talvolta si
tratta anche di sostituire attività e contenuti usuali con altri contenuti e
altre attività: questa evenienza non va sempre considerata come un tradimento,
ove si consideri che certi comportamenti appartengono non alla scuola come
tale, ma a certi modi storicamente determinati, e cioè contingenti, di
esercitare le sue funzioni: e se il sapere e la società avanzano, anche i
contenuti scolastici vanno continuamente ripensati.
L'intesa e la
collaborazione che s'intendono sviluppare fra scuola ed extrascuola, anche per
lo sviluppo delle tematiche in questione, sono sollecitate e rese possibili
proprio dal riferimento alla costellazione dei bisogni/valori/diritti citati,
che svolge per tutti un indispensabile, se pur debole, ruolo orientativo per il
difficile compito dei diversi enti educativi.
La citata
immagine della trasversalità serve per indicare non solo il rapporto di
coinvolgimento fra uno dei citati valori, per esempio quello della pace, e le
singole discipline che, con i loro contenuti e con le rispettive didattiche,
possono tutte più o meno visibilmente concorrere all'apprendimento di concetti,
di atteggiamenti e di comportamenti ispirati all'istanza della pace. La
trasversalità vale anche fra ciascuno di questi valori e tutti gli altri sopra
elencati, nel senso che ciascuno interviene più o meno profondamente a
costituire e a illuminare l'altro. Così la salute richiama l'ambiente, i diritti
umani, lo sviluppo, la pace, l'intercultura, la sessualità, e così via, se per
salute s'intende non solo uno stato dell'organismo, ma uno stato di equilibrio
dinamico che chiama in causa l'intera personalità, nei suoi risvolti fisici,
psicologici, relazionali, sociali e morali.
Nuove emergenze e
nuovi compiti formativi
Ad impegnare la
scuola su questi valori si giunge per lo più non in virtù di un'autonoma e
organica considerazione pedagogica dei bisogni formativi e dei valori che vi
sono connessi, ma in negativo, in virtù delle emergenze del nostro tempo: esse
sono le antiche e nuove povertà, la droga, l'AIDS, l'inquinamento, il
sottosviluppo, l'indebitamento, la disoccupazione, il razzismo, la criminalità,
la violenza, la guerra, l'indifferenza, gli incidenti, senza dimenticare le
prevedibili catastrofi naturali e quelle di tipo ecologico, in un contesto di
mondializzazione dei processi di conoscenza, di comunicazione, di produzione e
di consunto, in assenza di diffusi atteggiamenti di responsabilità e di
capacità proporzionate al bisogno.
Denunciando
questi fenomeni e questi pericoli, i ministri riuniti a Ginevra per la 44^
Conferenza internazionale dell'UNESCO (1994) si sono impegnati fra l'altro a
prendere provvedimenti per instaurare nelle scuole "un clima che
contribuisca al successo dell'educazione alla comprensione internazionale,
perché (le scuole) diventino luoghi privilegiati di esercizio della tolleranza,
del rispetto dei diritti umani, di pratica della democrazia e di apprendimento
della diversità e della ricchezza delle identità culturali", e inoltre
s'impegnano a "migliorare i programmi d'insegnamento, i contenuti dei
libri di testo e degli altri strumenti didattici, ivi comprese le nuove
tecnologie, per formare un cittadino solidale e responsabile, che presenti
un'apertura sulle altre culture, capace di apprezzare il valore del1a libertà,
rispettoso della dignità umana e delle differenze e capace di prevenire i
conflitti o di risolverli in modo non violento".
Nel "quadro
d'azione integrata per l'educazione alla pace, ai diritti umani e alla
democrazia" rivolto a tutte le istituzioni, tra cui la scuola, la citata
Confererenza internazionale dell'educazione sottolinea la "necessità di
sviluppare in ciascuno il senso dei valori universali e i tipi di comportamento
su cui si fonda la cultura della pace". Precisa, per superare le obiezioni
in proposito, che "E' possibile identificare anche in contesti
socioculturali differenti dei valori suscettibili d'essere universalmente riconosciuti".
E ancora: "L'educazione deve sviluppare la capacità di apprezzare il
valore della libertà e le competenze richieste per rispondere alle sfide che le
sono associate. Ciò richiede che si preparino i cittadini a gestire le
situazioni difficili e incerte, che li si attrezzi per l'esercizio
dell'autonomia e la responsabilizzazione individuale. Quest'ultima dev'essere
legata alla giusta valorizzazione dell'impegno civico e dell'associazione con
gli altri per risolvere i problemi e per lavorare all'instaurazione di una
società equa, pacifica e democratica".
E' questo solo
una delle più recenti e autorevoli chiamate in causa della scuola, che è
invitata a leggere in questo contesto i suoi tradizionali compiti e la
necessità di attrezzare i giovani a competere sul mercato del lavoro.
I solenni
principi contenuti, in modo più o meno esplicito, nelle costituzioni di quasi
tutti i paesi, e precisati negli statuti dei comuni e nelle carte
internazionali dei diritti, fino alla recente Convenzione internazionale dei diritti
del minore, votata dall'Assemblea delle Nazioni Unite nel 1989 e accolta nel
nostro ordinamento, costituiscono un criterio guida di carattere universale,
sia per l'educazione, sia per la politica scolastica.
Le nuove
dimensioni dei problemi che la nostra società deve oggi affrontare, riguardano
soprattutto gli squilibri e le emergenze di tipo economico, demografico,
ecologico, culturale, psicologico, politico, religioso, che rendono il mondo
insieme più interdipendente e più diviso.
I cambiamenti che
si verificano sul piano socioculturale, con l'emergere da un lato del bisogno
di radici e di istituzioni forti a livello regionale e locale, dall'altro del
bisogno di cittadinanza a livello mondiale, costituiscono un'emergenza che va
affrontata, nel delineare una paideia per il terzo millennio. La dimensione
europea e mondiale è un passaggio obbligato per chi intende la cittadinanza
come uno status dinamico di diritti e di doveri conseguenti a diverse
appartenenze di diverso livello da quello locale a quello regionale, da quello
nazionale a quello continentale e mondiale.
L'idea di
cittadinanza costituisce infatti una sorta di laboratorio di esperienza e di
ricerca, in cui diritti umani e norme vigenti nei diversi paesi, lealtà allo
stato e tensione ad una statualità più vasta, tendenzialmente mondiale,
s'incontrano e si scontrano in modo talora sterile e distruttivo, talora
fecondo e creativo. In sostanza nel nuovo civismo s'incontrano le categorie del
diritto e della politica, intese come conoscenza e rispetto delle norme scritte
e come impegno a volere nuove norme, in un costante confronto con le categorie
dell'etica e dell'economia, della religione e della psicologia,
dell'antropologia e della sociologia.
Educazione civica
e cultura costituzionale
Se i
problemi/bisogni/valori/diritti che abbiamo citato e ricondotto all'idea
generale di paideia e che comprendono i valori dell'educazione civica (termine
accreditato sul piano internazionale, che indica anche un frequentato campo di
ricerca e d'innovazione) sono trasversali a tutte le discipline e a tutte le
attività della scuola, in quanto partecipe di un compito che non può non essere
dell'intera società, non meno vero che essi trovano una formulazione e un
livello di realtà istituzionale dotato di particolare intensità concettuale e
di efficacia operativa nella Costituzione italiana.
Di qui la
necessità di assicurarne lo studio, con la dignità di una materia autonoma
dalla storia, ancorché ad essa strettamente collegata, così come dev'essere
collegata all'economia e al diritto. Per sottolineare il valore strategico che
può assumere, nella nuova paideia, un'educazione civica non solo diffusa nel
curricolo, ma concentrata anche in un'autonoma disciplina impegnata a far
emergere dalla Costituzione la grande ricchezza valoriale, propositiva,
normativa, che definisce un comune patrimonio di garanzie e d'impegno per il
futuro, si è ritenuto di definire questa disciplina. "Educazione civica e
cultura costituzionale". Con il termine cultura s'intende indicare la
comprensione del processo storico attraverso il quale si è costruito, si è
interpretato, parzialmente applicato e si discute un testo al quale sono legate
le aspirazioni e le certezze, gli ideali e le garanzie più generali e condivise
del popolo italiano.
Si è parlato in
proposito, in diverse sedi, di "patriottismo costituzionale": la
Costituzione si va in effetti rivelando come un prezioso comune patrimonio
etico-civile, come una miniera di risorse, accumulate in un periodo ricchissimo
di sofferenza, di chiaroveggenza e di concordia nazionale: patrimonio che
risulta particolarmente attuale in un periodo d'incertezza e di bisogno di
orientamento come quello che stiamo vivendo.
I cambiamenti
intervenuti in questi quasi cinquant'anni sul piano culturale, politico e
istituzionale, le tensioni fra la cosiddetta costituzione formale e quella
sostanziale, la necessità di riequilibrare il rapporto fra poteri, in
particolare fra garanzie e rapidità di decisioni, fra centralità e
decentramento, fra unità nazionale e autonomie, fra stato e mercato, fra
legislazione e comportamenti, sul piano nazionale e sovranazionale, anzitutto
nell'ambito dell'Unione europea, tutto questo ed altro ancora indica che la
Costituzione è non solo un importante luogo della memoria e della stabilità, ma
anche un luogo del progetto e del prudente cambiamento: luoghi ideali e campi
di lavoro a cui occorre familiarizzare tutti i cittadini, e in particolare le
giovani generazioni.
Lo studio della
Costituzione della Repubblica italiana, scrive il CNPI nella Pronuncia del
23-2-1995, "deve essere orientato a consentire il confronto fra i principi
fondamentali della convivenza, nelle diverse istanze presenti nella nostra
società: dalle libertà individuali alle solidarietà sociali, all'unità nazionale
all'integrazione europea e alla cooperazione internazionale. La Costituzione
infatti presenta, con efficace sintesi, concetti che hanno trovato ulteriori e
più analitiche e moderne formulazioni nella vita culturale e nella produzione
giuridica nazionale e internazionale degli ultimi cinquant'anni.
I documenti degli
organismi internazionali, dalla famosa Dichiarazione universale dei diritti
dell'uomo e del cittadino dell'ONU (1948) alle Raccomandazioni dell'UNESCO al
Consiglio d'Europa, le circolari ministeriali che affrontano le diverse
tematiche di educazione generale e le precedenti pronunce del CNPI
sull'educazione interculturale, sul razzismo e sull'antisemitismo,
sull'educazione alla salute, sui diritti degli studenti, sull'educazione stradale,
sugli handicappati, costituiscono un ampio materiale di riferimento per
collocare l'educazione al civismo e ai valori che vi sono connessi, in un
corretto e utile contesto pedagogico.
La necessaria
valorizzazione dell'insegnamento della storia, anche del suo periodo più
recente, è finalizzata a permettere un'analisi serena degli eventi, perché i
ragazzi possano coglierne il senso e la problematicità, e perché possano
comprendere, con equanimità e con obiettività, i fattori, le vicende anche
drammatiche, le intenzioni, le prospettive.
La storia recente
non consente forse quel distacco che la storia passata sembra assicurare:
tuttavia essa è altrettanto, e forse più, indispensabile per consentire ai
giovani di farsi un'idea non faziosa e non distorta del presente e per
indirizzare le loro energie verso un futuro che sia il più possibile scevro da
equivoci e da perniciosa ignoranza.
E' anche
necessario valorizzare, ad ogni livello scolastico e con le dovute gradualità,
gli insegnamenti del diritto e dell'economia. Il diritto è regolatore dei
processi sociali e scaturisce da una dinamica culturale e politica che va
compresa, più che demonizzata o glorificata acriticamente: la legge, di norma,
non precede, ma segue il cambiamento in atto. L'economia è l'attività che in
vario modo s'intreccia col diritto, con la politica e con la cultura, nelle sue
varie espressioni. Riduzionismi e sopravalutazioni sono facili, quando non si
conoscano i concetti fondamentali che presiedono alla produzione, allo scambio,
alla distribuzione dei beni e dei servizi.
Una conoscenza
dei principi generali dell'ordinamento nazionale e comunitario è necessaria
anche se, di per sé, è insufficiente a ottenere quei comportamenti civici che
si sostanziano di testimonianze, di esperienze vissute e di riflessioni
eticamente orientate.
La scuola, in
quanto sede di formazione critica, deve realizzare rigorosi percorsi di
conoscenza, in cui gli studenti acquisiscano strumenti autonomi di giudizio,
interiorizzino valori positivi, contrastino e rifiutino il disvalore della
violenza in tutte le sue forme, e cerchino soluzioni non violente ai conflitti
interpersonali, sociali e interstatuali.
Tutta la scuola deve operare in
questo senso, costruendo sinergie di azione fra le attività curricolari e
quelle extracurricolari, impegnandosi anche nei vari livelli ad assumere questa
problematica, attraverso iniziative di dibattito e di aggiornamento culturale e
sociale.
In tal modo la
scuola potrà contribuire efficacemente, negli ambiti di propria competenza, e
in una auspicata prospettiva di maggiore autonomia, di più precisa identità
d'istituto e d'interazione con le diverse scuole e con le diverse realtà
sociali e istituzionali, al rafforzamento e allo sviluppo della democrazia,
della tolleranza, della cooperazione e della pace".
Conclusione
Fa parte della
cultura contemporanea l'immagine dell'uomo nomade, senza fissa dimora, spaesato
e apolide, più che affezionato alla sua terra e cittadino del mondo.
La scuola risente
tra l'altro anche di questa concezione: e invece che luogo in cui sperimentano
la gioia del cercare e del comunicare, diventa talvolta un luogo povero di
significati, in cui non si riesce a fare quella "provvista" di idee e
di esperienze che alimenti l'impegno di tutta la vita. Sicché l'andare a
scuola, l'insegnarvi e il mandarvi i figli non è per tutti esperienza di
crescita e di costruzione di quella comunità, cui pure si riferisce la norma
vigente.
In questo
panorama composito, in cui sorgono nello stesso mondo giovanile nuove domande e
nuove risposte di senso, di legalità e di solidarietà, la Costituzione è una
specie di "giacimento" etico, politico e culturale per lo più
sconosciuto, che possiede la singolare caratteristica di fondare in una visione
unitaria i diritti umani e l'identità nazionale, l'articolazione autonomistica
e l'apertura sovranazionale, la scuola come istituzione e il suo compito di
ricerca, d'insegnamento, di garanzia e di promozione della persona. In questo
senso la Costituzione assume il ruolo di indicatore di marcia anche per la
scuola e di messaggio di speranza che le generazioni anziane consegnano ai
giovani che si affacciano sulla scena del mondo.