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Margiotta: No alla regionalizzazione della scuola

Nella Legge di Bilancio mancano le risorse per il rinnovo dei contratti. Angelo Raffaele Margiotta Segretario Generale della Confsal intervistato da Antonio Polito vice direttore del Corriere della Sera, in occasione del Convegno Nazionale Snals Confsal - Istruzione e ricerca per la crescita dell'Italia: valori, attese, impegni

Polito. Prof. Margiotta, le sue riflessioni sul Convegno e sull’intervento del ministro Bussetti.

Margiotta. Da sindacalista devo dire che, purtroppo il Ministro non ha accennato - ma comprensibilmente perché forse non aveva risposte da darci in merito - al fatto che la legge di bilancio per il 2019 ignora che i contratti del pubblico impiego, cioè della scuola, della sanità, degli enti locali scadranno il 31 dicembre prossimo e che, quindi, dovrebbero essere previste risorse per l’avvio dei rinnovi contrattuali. Tutti gli illustri relatori nel corso del Convegno, raccordando le varie problematiche del settore con le scienze pedagogiche, psicologiche, sociali hanno fatto emergere la centralità della scuola. Per quanto riguarda l’attuale linea di tendenza che vuole portare alla regionalizzazione, pensiamo che sia sbagliata. La scuola deve essere pubblica e unica a livello nazionale perché unica in tutta la nazione è l’identità culturale. Riteniamo, quindi, che la regionalizzazione possa rappresentare una spinta centrifuga negativa per il sistema di istruzione.

P.Nel nostro Paese si registra una forte crisi demografica che rappresenta un impoverimento per il nostro Paese. Per la prima volta nella storia dell’umanità gli over 60 sono diventati più numerosi degli over 30.

M.La drammatica diminuzione delle nascite rappresenta un fenomeno critico al centro delle politiche della Confsal. Fenomeno che si ripercuote sulla scuola in termini di diminuzione delle classi, di organici, di personale soprannumerario. La Confsal, che sostiene la famiglia, parte dalla considerazione che la denatalità è frutto della crisi economica e delle conseguenti difficoltà finanziarie dei nuclei familiari. A partire da questa analisi propugna una linea di sostegno economico attraverso una speciale considerazione della famiglia nel regime fiscale con un adeguamento delle detrazioni fiscali e attraverso una sostanziosa rivalutazione dell’assegno per il nucleo familiare. Serve, inoltre, un sostegno sociale attraverso l’adeguamento delle forme di welfare aziendale dirette alle esigenze dei genitori lavoratori, un campo in cui c’è un enorme gap tra i servizi offerti e le esigenze reali.

P.Perché la Confsal si definisce autonoma, in che cosa consiste la sua autonomia?

M.La Confsal propone un’offerta sindacale alternativa a quella della triplice confedera- le. La Confsal, quale confederazione atipica e autonoma che non ha vincoli né partitici né ideologici, fonda le proprie idee e le proprie proposte sui valori costituzionali della persona, non soltanto del lavoratore, ma anche del datore di lavoro, in un reciproco riconoscimento, e sulla competenza professionale. Noi vediamo il lavoratore sia come soggetto titolare di diritti collettivi, sia come persona e, quindi, come individuo con specifiche esigenze e aspettative, con un proprio capitale umano. È questo il messaggio che lanciamo: ripartire dalla centralità del lavoro e della persona, coniugando le compatibilità economiche con la tutela dei bisogni del lavoratore e le esigenze dell’impresa. Per la Confsal occorre promuovere tra i lavoratori la cultura dell’impresa e tra gli imprendi- tori la cultura della persona ed è a partire da questo valore che si costruiscono le norme contrattuali.

P.Come valuta la Confsal la politica previdenziale del Governo? Sta per arrivare alla pensione la prima generazione di lavoratori che vanno in pensione con il sistema contributivo.

M.La questione della previdenza è una bomba sociale destinata ad esplodere. Oggi si è di fronte a un sistema contributivo “falso” che rappresenta una piccola quota della pensione. L’unica riforma possibile è applicare un contributivo “vero” vale a dire basato su tutti i contributi versati dal lavoratore che devono essere finalizzati soltanto alla sua pensione. Invece, oggi, il calcolo viene fatto su tre aliquote che, di fatto, abbattono il reale contributo che il lavoratore ha versato nel corso della sua vita lavorativa.

P.Altra questione sulla quale si sta discutendo molto è il reddito di cittadinanza

M.Apprezzo lo sforzo del Governo di voler affrontare il drammatico fenomeno della povertà nel nostro Paese, ma dal punto di vista economico la mia impressione è che il reddito di cittadinanza sia una pro- posta che cura il sintomo e non la malattia. La malattia è il sottosviluppo economico. Ci sono due problemi particolari nel sistema Paese: il primo è che gli imprenditori italiani hanno un costo del lavoro nettamente superiore a quello dei colleghi francesi e tedeschi; il secondo è il sottosviluppo del Mezzo- giorno dove vive un terzo della popolazione italiana. Se non si affronta questo problema l’Italia è destinata a rimanere il fanalino di coda in Europa. Nella nostra grande manifestazione del 1° maggio 2018 abbiamo affermato che il Mezzogiorno deve diventare un contesto sociale attrattivo, valorizzando le competenze. I miliardi destinati al reddito di cittadinanza avrebbero potuto essere destinati a dare lavoro a tante persone del Sud dell’Italia.

P.Qual è l’idea Confsal per combattere il sottosviluppo e rilanciare la crescita?

M.La Confsal propone tre direzioni di marcia con l’obiettivo di contribuire a meglio qualificare le norme pattizie e a orientare le decisioni legislative in materia di lavoro. Ciò per migliorare la qualità del lavoro a beneficio del lavoratore e della produttività aziendale e, quindi, della crescita. 1) Una contrattazione collettiva di qualità, quale leva strategica per promuovere la tutela, il benessere e la crescita dei lavoratori. La Confsal ha proposto vari istituti in questa direzione, come l’indennità di professionalizzazione per i lavoratori e la Banca delle competenze. 2) Convertire la politica dei fondi e delle distribuzioni. Occorre alleggerire la pressione fiscale e non sottrarre dal sistema economico le risorse che, se ancorate dove vengono prodotte, costituiscono leva di sviluppo”. 3) Introduzione dello status di “impresa solidale” cioè di un’impresa che, in condizione di difficoltà, viene supportata dallo Stato, nel senso che la parte contributiva sarà a carico della fiscalità generale, ma salvaguardando i posti di lavoro. Perché ogni impresa che chiude è una perdita sociale. Il vero welfare deve andare in aiuto dell’occupazione, assicurare a tutti un’opportunità di lavoro. La Confsal offre, quindi, alla politica un Patto sociale per la crescita e lo sviluppo.