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18-10-2002 - Corte dei Conti

Argomenti trattati: Corte dei Conti,
Sentenza Corte dei Conti n. 10/02: pensione privilegiata; equiparazione a pensione militare
Decisione del 26 giuno 2002; depositata in data 18 ottobre 2002

REPUBBLICA ITALIANA

REPUBBLICA ITALIANA

10/2002/QM

 

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

 

LA CORTE DEI CONTI

A SEZIONI RIUNITE

 

in sede giurisdizionale composta dai sigg. magistrati:

dr. Francesco Castiglione Morelli, PRESIDENTE

dr. Antonio Mazziotti Gomez de Teràn, CONSIGLIERE

dr. Domenico Zuppa, CONSIGLIERE

dr. Davide Morgante, CONSIGLIERE RELATORE

dr. Antonio Carlo Pensa, CONSIGLIERE

dr. Angelo Antonio Parente, CONSIGLIERE

dr. Silvano Di Salvo, CONSIGLIERE

 

ha pronunciato la seguente

 

SENTENZA

 

sulle appresso indicate questioni di massima:

-       …. emessa dalla Sezione giurisdizionale medesima;

-       … ….;

-       … … .

 

         Visti le menzionate ordinanze di deferimento delle questioni di massima, l’atto di costituzione in giudizio di … per la questione di massima rubricata al n.144/SR/QM, la memoria del Procuratore Generale relativa alle questioni di massima rubricate ai nn. 134 e 135/SR/QM nonché gli altri atti e documenti delle cause;

         Uditi, alla pubblica udienza del 26 giugno 2002, con l’assistenza del Segretario dott.ssa Alida Stefani, il relatore Consigliere dott. Davide Morgante, l’Avv. … … per l’appellato … …, l’avvocato dello Stato Giuseppe Macaluso, nonché il Pubblico Ministero nella persona del Vice procuratore Generale dott. Alfredo Lener,

         Ritenuto in

 

FATTO

 

         A. In ordine alla questione di massima rubricata al n. 134/SR/QM va esposto che il Sig. ... in data 31 ottobre 2000 depositava istanza di correzione ex art. 287 c.p.c. della sentenza d’appello n. 233/1999/A della Sezione Seconda Giurisdizionale Centrale che, nel riconoscere il diritto del medesimo a fruire della pensione privilegiata militare di IV categoria (in luogo della V categoria in godimento), a decorrere dal 19 settembre 1965, per infermità contratta per causa di servizio, aveva omesso di pronunciare sul diritto agli interessi legali ed alla rivalutazione monetaria sulle corrispondenti somme spettanti.

         La Sezione centrale, remittente, pur riconoscendo la fondatezza dell’istanza per quanto attiene al preteso diritto dell’appellante a percepire gli interessi sulle somme corrisposte per la più elevata categoria pensionistica, ha nutrito dubbi non solo sulla spettanza della rivalutazione monetaria ma anche sulla possibilità di emettere una pronuncia al riguardo a mezzo del procedimento di correzione della sentenza previsto dagli artt. 287 e 288 c.p.c..

         In particolare, la indicata Sezione Centrale reputa che:

-       i titolari di pensioni militari tabellari non possono avvalersi dell’art. 429, co. 3, c.p.c. ove demanda al giudice di determinare automaticamente il danno da svalutazione, ma avrebbero l’onere di provare di aver subito un effettivo danno a norma dell’art.1224, co.2, c.c.;

-       di conseguenza la domanda giudiziaria sulla sorte principale non comprenderebbe automaticamente anche quella sulla rivalutazione, quale naturale accessorio della prima;

-       una pronuncia sul punto, poiché implica una valutazione della prova del danno e, comunque, l’accertamento del fatto, non potrebbe essere emessa dalle Sezioni Centrali che hanno competenza limitata ai soli motivi di diritto e, tanto meno, a mezzo del procedimento correttivo della sentenza d’appello ex artt. 287-288 c.p.c.

         Tutto ciò nel riflesso che l’art. 5 della L. n. 205/2000 non sia applicabile anche alle pensioni militari tabellari perché fin dall’origine le stesse erano escluse dalla previsione dell’art. 16, co. 6, della L. n. 412 del 1991 che si riferisce ai soli enti di previdenza e dalla previsione dell’art. 26, co.36, della L. n. 724/1994, la quale limita la categoria dei destinatari ai “dipendenti pubblici e privati in attività di servizio o quiescenza” tra i quali non possono essere annoverati gli ex militari di leva.

         Inoltre, secondo la stessa Sezione Centrale, ove si volesse concordare sulla natura di norma sostanziale, riconosciuta all’indicato art. 429, co.3 c.p.c. dalla Cassazione e dalla Corte Costituzionale (cfr. per quest’ultima sentenza n. 156/1991) non potrebbe non rilevarsi che la stessa ratione temporis potrebbe essere applicata solo dal giorno successivo alla sua entrata in vigore.

         Su tali problematiche la Sezione centrale ha chiesto, pertanto, la risolutoria pronuncia delle Sezioni Riunite.

 

         B. Analoga questione di massima, rubricata al n. 135/SR/QM è stata deferita alle SS.RR. sempre dalla Seconda Sezione Centrale, in diversa composizione, nel corso del giudizio d’appello proposto dal Ministero della Difesa avverso la sentenza n. 639/M/2000 della Sezione giurisdizionale regionale per la Lombardia che, nel dichiarare il diritto dell’ex militare ... ... al trattamento privilegiato ordinario di VIII categoria per infermità pleurica, a decorrere dal 16 dicembre 1967, ha statuito la spettanza al medesimo sulle corrispondenti somme degli interessi e della rivalutazione monetaria, secondo la decorrenza e le modalità indicate nel decreto ministeriale Tesoro n. 352 del 1998.

         Il deferimento della questione alle Sezioni riunite è stato argomentato dall’indicata Sezione centrale con la considerazione che, mentre alcun dubbio sussisterebbe in ordine alla cumulabilità di interessi e rivalutazione per le pensioni di natura contributiva e previdenziale in ragione dell’estensione data dalla giurisprudenza costituzionale, civile e contabile alla materia pensionistica di quanto l’art. 429 c.p.c. (modificato dall’art. 1 della L. 11 agosto 1973, n. 533) prevede per i crediti di lavoro, dubbi in ordine a tale estensione sussistono, invece, per le pensioni, come quelle di guerra e quelle militari c.d. tabellari, per le quali, mancando ogni correlazione con un rapporto di lavoro, la giurisprudenza si era attestata in senso negativo (cfr. in termini, fra tutte, Sez Lazio 14 nov. 1995, n. 530; Sez. Campania 12 gen. 1996, n. 3; Sez. Toscana 20 mag.1996, n. 279; Sez. Liguria 31 lug.1996, n. 380).

         Tale giurisprudenza metteva, in particolare evidenza che la pensione tabellare, cioè commisurata alla menomazione od infermità sofferta per causa di servizio militare, secondo le specifiche previsioni delle varie voci di una tabella allegata al testo normativo, non si può equiparare né ai crediti di lavoro o pensionistici ordinari (che hanno natura retributiva), né a quelli di previdenza sociale (che hanno sempre un collegamento con un pregresso reddito di lavoro), né a quelli assistenziali (che si fondano su condizioni di bisogno); donde alle pensioni tabellari non si applicherebbe l’art. 429 c.p.c., bensì l’art. 1224, co.2. cod. civ..

         Tale tesi ha avuto l’autorevole conferma delle SS.RR. in sede risolutiva di apposita questione di massima che con sentenza n. 4/QM del 27 gennaio 1998 hanno posto in rilievo come nel caso di pensioni di natura indennitaria (quali quelle tabellari e di guerra) che prescindono totalmente da qualsiasi pregresso rapporto di lavoro, la sola norma applicabile è quella dell’art.1224 c.c. relativa al risarcimento di danni nelle obbligazioni pecuniarie; di modo che, esclusa la cumulativa attribuzione di rivalutazione ed interessi, vanno, in linea di massima, attribuiti i soli interessi nella misura di legge vigente nei tempi di riferimento e, solo ove venga provato che la svalutazione monetaria era di misura maggiore rispetto agli interessi, va corrisposta a titolo di rivalutazione la differenza fra i due valori.

         Aggiungevano le SS.RR. che la prova del maggior danno da svalutazione può essere data anche attraverso le presunzioni semplici alle quali ha fatto ricorso la giurisprudenza della Cassazione che ha proceduto a tal fine all’individuazione di diverse categorie di creditori.

         Hanno altresì escluso le SS.RR. ogni automatismo ritenendo sempre necessario che l’interessato fornisca almeno la prova di appartenenza ad una di tali categorie.

         Successivamente è intervenuto il decreto del ministero del Tesoro n. 352 del 1° settembre 1998 che, nel dettare “criteri e modalità per la corresponsione degli interessi legali e della rivalutazione monetaria per ritardato pagamento degli elementi di natura retributiva, pensionistica ed assistenziale a favore di dipendenti pubblici e privati in attività di servizio o in quiescenza delle Amministrazioni pubbliche”, include nel suo ambito di applicazione (art. 1) i titolari di pensioni militari di cui all’art. 67, ult. co., del D.P.R. 29 dicembre 1973, n. 1092 ed annessa tabella n. 3.

         Riferisce la Seconda Sezione Centrale che da tale momento la giurisprudenza avrebbe perduto la sua unanimità in quanto:

a) una parte persiste nel negare la rivalutazione per gli arretrati di pensioni “tabellari” se non è provato il maggior danno ai sensi dell’art. 1224 c.c., richiamando la pregressa consolidata giurisprudenza e non facendo alcun cenno al D.M. n.352/1998 (Sez.Toscana 8 nov.2000, n.1980; Sez II centrale 15 nov. 2000, n. 354 e 12 gen. 2001, n.27);

b) un’altra parte, invece, si è adeguata all’inequivoco disposto del citato D.M., qualificato come jus superveniens, riconoscendo la rivalutazione automatica anche nel caso di pensioni tabellari (Sez II Centrale: 4 dic. 2000, n. 403; 24 gen. 2002, n. 44; 14 dic. 2001, n. 382).

         Quest’ultima giurisprudenza invoca, a volte, a sostegno della propria decisione, anche l’art. 22, co.36, della L. 24 dicembre 1994, n. 724 ove, nella seconda parte, specifica che l’art.16, co. 4, della L. n. 412/1991 “si applica anche agli emolumenti di natura retributiva, pensionistica ed assistenziale per i quali non sia maturato il diritto alla percezione entro il 31 dicembre 1994, spettanti ai dipendenti pubblici e privati in attività di servizio o in quiescenza.

         Senonchè la Seconda Sezione Centrale ritiene che il menzionato art. 22, co.36, della L. n. 724 non potrebbe riferirsi alle pensioni tabellari le quali non sono collegate con alcun rapporto di lavoro, pubblico o privato e non hanno natura né retributiva, né assistenziale, ma costituiscono una prestazione indennitaria di infermità o lesioni riportate a causa del servizio militare, che viene denominata “pensione” solo impropriamente per il fatto di essere regolata dalla normativa sulle pensioni (D.P.R. n. 1092/1973).

         Secondo tale orientamento sarebbe errato considerare il D.M. n. 352/1998 vero e proprio jus superveniens in quanto la natura regolamentare e quindi amministrativa dello stesso escluderebbe (come chiarito dalla Sezione del controllo Stato con deliberazione n. 24/1998) che possa essere considerato fonte di jus e, come tale, senz’altro applicabile, potendosi tutt’al più al medesimo far riferimento, solo se ed in quanto conforme al diritto primario, costituito dalle fonti normative in precedenza indicate.

 

         C. La questione di massima, rubricata al n. 144/SR/QM del registro di Segreteria, è stata deferita alle SS.RR. dalla Prima Sezione Giurisdizionale Centrale nel corso dell’appello proposto dal Ministero dell’Economia e delle Finanze avverso la sentenza n. 1872/00/G della Sezione Giurisdizionale per la Regione Emilia-Romagna, in composizione monocratica. Detta sentenza, nel riconoscere l‘aggravamento del complesso morboso polmonare del ricorrente … …, con attribuzione della pensione di guerra di I categ. della Tab. A), più assegno di superinvalidità Tab. E), lett. B), ha affermato, altresì, il diritto del medesimo alla corresponsione sulle somme accordate in forza della sentenza, della rivalutazione monetaria e degli interessi legali dalle rispettive scadenze al saldo in virtù dell’art.429 c.p.c., richiamato dall’art. 5, co. 2, della L. 21 luglio 2000, n. 205.

         Secondo tale sentenza, peraltro, per i ratei maturati anteriormente all’entrata in vigore della L. n.412/1991 non opererebbe il divieto di cumulo tra rivalutazione ed interessi di cui all’art. 16, co, della legge, così come interpretato dall’art. 45, sesto comma, della L. n. 448/1998.

         Ad avviso dell’Amministrazione appellante, erroneamente la Corte territoriale avrebbe corrisposto sulle somme dovute gli interessi e la rivalutazione, in quanto il credito da pensione di guerra dovrebbe essere considerato debito di valuta, come tale soggetto al principio nominalistico e regolato, pertanto, dalla disciplina generale dell’art. 1224 c.c..

         Peraltro, nell’ambito di tale ricostruzione, secondo l’amministrazione, la rivalutazione non si aggiungerebbe agli interessi, ma coprirebbe solo la parte del danno non risarcito da questi ultimi (Cassaz. sent. n. 2780/1997).

         Per quanto, poi, attiene all’aspetto probatorio, la creazione giurisprudenziale del c.d. “modesto consumatore” non potrebbe trovare applicazione nella pensionistica di guerra che non ha funzione previdenziale, né assistenziale.

         Ha chiesto, pertanto, l’Amministrazione appellante la riforma della sentenza impugnata nella parte in cui dispone il cumulo tra rivalutazione ed interessi.

         Nell’ordinanza di deferimento alle Sezioni riunite la Prima sezione Centrale, nel porre in evidenza le varie e complesse problematiche indotte dall’art. 5 della recente L. n. 205/2000 soprattutto in materia pensionistica militare e di guerra in ragione del richiamo ivi operato all’art. 429 c.p.c., ha enucleato come appresso gli orientamenti e le soluzioni delineatisi, al riguardo, soprattutto in seno alle Sezioni Giurisdizionali Centrali della Corte:

         1) Secondo un orientamento (cfr. Sez. I Centrale sent. n. 363/2000/A) occorrerebbe distinguere tra ratei maturati prima o dopo l’entrata in vigore della L. n: 205/2000.

         Per i ratei maturati prima viene prospettato l’assoggettamento al seguente regime:

a) gli interessi legali spetterebbero a domanda; b) decorrerebbero dalla data del provvedimento di rigetto della domanda pensionistica o - in caso di silenzio o provvedimento tardivo - dalla scadenza del termine a provvedere ex L. n. 241/1990; c) la rivalutazione monetaria costituirebbe maggior danno da riconoscersi a domanda e previa prova, ancorché per fatti notori, del maggior danno da cumularsi con gli interessi e dovrebbe quantificarsi ex art. 150 disp. att. c.p.c..

         Per i ratei maturati dopo l’entrata in vigore della L. n. 205/2000, in applicazione dell’art. 429, co. 3, c.p.c., viene prospettato il seguente regime:

a) le somme de quibus spetterebbero in via automatica; b) la rivalutazione come gli interessi decorrerebbero dal giorno della maturazione del diritto – che per il primo rateo dovrebbe essere la data del provvedimento negatorio nei termini sopra specificati e per i ratei successivi dalle relative scadenze; c) la rivalutazione spetterebbe in via alternativa e ove superiore agli interessi legali vigenti alle scadenze maturate secondo le disposizioni di cui all’art. 150 disp. att. c.p.c.

         Quanto sopra varrebbe per i rapporti giuridici pendenti e decisi perciò in primo grado sia con sentenza collegiale che monocratica, poiché anche nel caso di giudizi instaurati prima dell’entrata in vigore della L. n. 205/2000 e conclusi successivamente a detta data con sentenza monocratica dovrebbero valere per l’arco temporale antecedente alla L. n. 205/2000 le stesse regole, essendo l’art. 429, co.3, c.p.c. norma sostanziale, avendo pari natura l’art.5, co. 2, della L. n. 205/2000 nella parte in cui rinvia all’indicata norma codicistica che, nella sostanza, sarebbe costitutiva di un nuovo diritto di credito pensionistico di guerra, attraverso l’omogeneizzazione ai crediti di lavoro, considerato anche che la L. n. 205/2000 non sarebbe retroattiva ed imporrebbe al giudice l’applicazione dell’art. 429, co 3, c.p.c.

         Resterebbe, invece, esclusa per il periodo antecedente l’entrata in vigore della citata legge n. 205, l’applicabilità del D.M. 1°settembre 1998 con il quale il Ministero del Tesoro ha emanato il regolamento previsto dall’art. 22 della L. n. 724/1994, posto che la Sezione del controllo, come chiarito, ne aveva a suo tempo ricusato il visto per estensione della relativa disciplina anche alle pensioni di guerra e considerato che tale D.M. non contiene ora detto riferimento e la stessa L. n. 205, pur posteriore, non lo richiama.

         2) Secondo un altro orientamento (cfr. Sez. I Centrale, sent. n. 12 novembre 2001, n. 331) l’operatività dell’art. 429 c.p.c. dovrebbe essere ammessa nel giudizio d’appello quale jus superveniens ai fini della disciplina dei rapporti in via di svolgimento, siccome incidente non sul fatto costitutivo del diritto a pensione bensì sui suoi effetti (rivalutazione del credito pensionistico).

         Ogni perplessità in ordine a tale soluzione, data dalla diversa natura dei crediti pensionistici di guerra e di quelli previdenziali, atteso il carattere risarcitorio dei primi, dovrebbe potersi risolvere ponendo mente all’evoluzione dinamica del testo codicistico di cui all’art. 429 (v. Reg. approvato con D.M. 1 settembre 1998, n. 352 che all’art. 1 ricomprende nell’ambito della relativa disciplina anche le pensioni tabellari, assimilabili, per la loro natura indennitaria, alle pensioni di guerra), nella considerazione di una intentio legis, volta a disciplinare con modalità uniformi l’istituto della rivalutazione nonché i suoi rapporti con l’erogazione degli interessi, nell’ambito dei crediti per pensioni di guerra e per pensioni ordinarie.

         Una volta ritenuto che il menzionato art. 5 abbia introdotto nell’ordinamento una norma sostanziale, non potrebbe dubitarsi della relativa applicabilità nel giudizio d’appello sia che i pregressi processi siano stati decisi in primo grado in composizione collegiale che monocratica.

         Dovrebbero, pertanto, intendersi superate le statuizioni di cui alla sentenza delle SS.RR. n. 4/1998/QM in punto di applicabilità nella soggetta materia dell’art. 1224 c.c.

         Il richiamo dell’art. 429 c.p.c. dovrebbe essere inteso in senso dinamico e, come tale, comprendente la successiva evoluzione normativa (art.16, co, 6, L. n. 412/1991; art. 22. co. 36, L. n. 724/1994; D.M. Tesoro n. 352/1998; art. 45, co.6, L. n. 449/1998).

         Per quanto riguarda la decorrenza non si potrebbe prescindere dal tenore del comma terzo del citato art. 429 c.p.c. che fa riferimento al giorno della maturazione del diritto.

         Resterebbero superate, quindi, dal dettato legislativo le statuizioni espresse dalle SS.RR. con la decisione n. 84/C del 24 marzo 1990.

         3) Secondo altro orientamento (cfr. Sez. I Centrale, sent. 11 giugno 2001, n. 166) costituendo il trattamento pensionistico di guerra riconoscimento del danno fisico subito dall’interessato per un evento rapportabile e legislativamente ascritto allo Stato italiano ed avendo, pertanto, natura indennitaria di una lesione fisica subita per un fatto non costituente illecito, allo stesso non potrebbe estendersi la normativa afferente al rapporto di lavoro ed al rapporto pensionistico che da quello consegue, in quanto tale rapporto pensionistico si colloca nel diverso ambito della tutela del lavoro dipendente in una prospettiva di riequilibrio del rapporto sinallagmatico di lavoro ed a tutela di una parte legislativamente ritenuta “debole”.

         Il trattamento pensionistico di guerra costituirebbe, pertanto, secondo la sua natura, un debito di valuta ed al ritardo nella corresponsione degli assegni pensionistici di guerra dovrebbe, di conseguenza, essere applicato il disposto dell’art. 1224 c.c.

         Sarebbero dovuti in ogni caso gli interessi sulla sorte capitale per il periodo di ritardati pagamenti, mentre nell’eventuale presenza di un maggior danno, questo dovrebbe essere risarcito ai sensi dell’art. 1224, co. 2, c.c.

         4.) Secondo un ulteriore orientamento (cfr. Sez. I Centrale, sent. 5 luglio 2001, n. 212) occorre partire dalla considerazione che, ai sensi dell’art. 429 c.p.c., richiamato dall’art. 5 della L. n. 205/2000, anche per emolumenti indennitari, quali quelli correlati alla pensionistica di guerra, competono gli interessi legali e l’eventuale maggior danno conseguente alla diminuzione del valore del credito sarebbe in re ipsa per il fatto dell’esistenza della svalutazione monetaria.

         Pertanto, il creditore dovrebbe essere risarcito in via forfettaria degli interessi legali ed il danno della svalutazione potrebbe essere fatto valere solo nella misura eccedente tali interessi.

         Ne seguirebbe che la rivalutazione monetaria spetta per legge, senza che l’interessato debba provare l’esistenza del maggior danno, anche ricorrendo alle presunzioni semplici di cui all’art. 2729 c.c., come previsto dall’art. 1224 c.c. ed affermato per le pensioni di guerra (non prese in considerazione dall’art. 22. co. 36, L. n. 724/1994 e dall’art. 1 del D.M. Tesoro n. 352/1998) dalle Sezioni Riunite, prima dell’entrata in vigore della citata L. n. 205/2000, con la sentenza n. 4/98/QM.

         Secondo la disciplina contenuta nell’art. 429 c.p.c., derogatoria di quella comune, la liquidazione del maggior danno dovrebbe essere effettuata d’ufficio e senza la necessità di apposita domanda.

         Gli accessori dovrebbero decorrere dal giorno in cui matura il credito indipendentemente dai presupposti di cui all’art. 1219, co. 2, c.c. e la responsabilità per il ritardato pagamento sarebbe indipendente dall’imputabilità del ritardo a colpa del debitore.

         Secondo la Prima Sezione Centrale remittente, onde ovviare al rischio di consolidazione dell’evidenziato contrasto giurisprudenziale, è necessario che lo stesso trovi rapida composizione nella competente sede delle Sezioni Riunite sotto la specie di una risolutiva questione di massima in ordine ai seguenti punti di contrasto:

A) natura processuale o sostanziale dell’art. 5 della L. n. 205/2000 nella parte in cui richiama l’art. 429 c.p.c.;

B) natura dinamica o ricettizia del rinvio alle norme sulla rivalutazione monetaria operato dal menzionato art.5;

C) applicazione o meno dell’art. 429 c.p.c. soltanto in caso di sentenze emanate dal giudice monocratico;

D) efficacia retroattiva delle norme sulla rivalutazione monetaria od efficacia a partire dall’entrata in vigore della L. n. 205 che ha operato il richiamo al menzionato art. 429 c.p.c.;

E) disciplina della rivalutazione monetaria e degli interessi legali sui singoli ratei pensionistici nel succedersi delle leggi nel tempo, con particolare riguardo all’ambito temporale di applicazione ed alla reale portata del citato art. 429, co. 3, c.p.c.;

F) modalità di calcolo e decorrenza della rivalutazione e degli interessi;

G) applicabilità del citato D.M. Tesoro n. 352/1998;

H) regime probatorio;

I) necessità o meno della domanda.

         In relazione alle proposte questioni di massima ed, in particolare, per quelle rubricate ai nn. 134 e 135/SR/QM, il Procuratore Generale con memoria depositata in data 6 maggio 2002 ha svolto le seguenti osservazioni:

-       la portata dell’art. 429, co. 3, c.p.c. limita testualmente ai “crediti di lavoro” il potere-dovere del giudice di riconoscere il diritto al ripristino del potere d’acquisto del quale il creditore avrebbe fruito prima dell’adempimento; di modo che tale automatismo costituirebbe una proprietà intrinseca ed indissolubile dei crediti di lavoro;

-       alla configurazione del privilegio tabellare è estraneo ex lege il concetto di reddito (differito) quale proiezione di un precedente trattamento economico per il quale la perdita di valore nel tempo costituisce rischio fisiologico nella realtà economico-finanziaria; di modo che nelle pensioni tabellari il riconoscimento del diritto al recupero del potere d’acquisto non può che dipendere dall’apposita prova di maggior danno, subordinatamente alla ricorrenza della violazione di una generale regola di diligenza nel puntuale adempimento;

-       a rigore nel sistema del D.P.R. n. 1092/1973 al beneficio di cui all’ultimo co. dell’art. 67 non riesce appropriata la qualifica di “pensione” se non per la periodicità nella corresponsione delle relative somme, dappoichè, a partire dalla prefazione di cui all’art. 1 del D.P.R. i soggetti titolari di trattamento “pensionistico” sono specificamente indicati nelle relative norme e nell’ambito dello stesso art. 67 la “normalità” normativa andrebbe riferita alla base pensionabile determinata dall’art. 54, elemento mancante per i militari di leva;

-       la peculiarità del rapporto che distingue tale ultima categoria è sottolineata nella sentenza n. 387/1989 della Corte Costituzionale che, al riguardo, richiamando la “dipendenza” propria del rapporto volontariamente costituito a cui accede il relativo trattamento economico di servizio costituente “reddito” del soggetto beneficiario, professionalmente acquisito, vi oppone la legale obbligatorietà del servizio di leva e la funzione meramente risarcitoria (rectius indennitaria) dei benefici economici corrisposti in relazione alle menomazioni della capacità lavorativa, lontana dalla natura dei crediti di lavoro.

         La Corte Costituzionale ha, infatti, incluso detti benefici nelle tipologie variamente indennitarie (c.d. crediti di solidarietà) aventi diritto all’esenzione fiscale ai sensi dell’art. 34 del D.P.R. n.601/1973, laddove le pensioni privilegiate concorrono alla determinazione del reddito imponibile, in quanto collegate ad un rapporto di servizio ed essendo integrative o sostitutive delle pensioni ordinarie;

-       il contenzioso in argomento fuoriesce dalle controversie in materia di lavoro contrassegnate dai rapporti soggettivi indicati dall’art. 409 c.p.c. e, del resto, all’attualità dell’ordinamento processuale della Corte dei conti, l’automatismo come introdotto dalla L. n. 205/2000 subisce fisiologiche limitazioni già in relazione alla materia delle pensioni di guerra, categoria indiscutibilmente estranea a retribuzioni e contribuzioni essenziali alla insorgenza di crediti di lavoro;

-       non sarebbero condivisibili le pronunce che hanno risolto il problema dell’automatismo facendo riferimento a sopravvenienze legislative, dappoichè l’esame di dette sopravvenienze, quanto alle pensioni tabellari, non comporta l’inserimento di queste nelle provvidenze suscettibili del meccanismo di cui all’art. 429 c.p.c. – inserimento operato dal Reg. del Tesoro n. 352/1998 – giacché le disposizioni normative medesime (art. 16, L. n. 416/1991 e art. 22, co. 36, L. n. 724/1994) si riferiscono senza residui, agli “emolumenti”, anche di sola natura retributiva ma spettanti ai “dipendenti pubblici e privati” in attività di servizio o in quiescenza”.

         Infatti, relativamente ai militari di leva non ricorrerebbe tale elemento soggettivo ed esiguo appare il loro “credito” ridotto al solo mantenimento in natura assieme alla “paga” puramente simbolica.

         Reputa conclusivamente il Procuratore Generale che sulle “competenze arretrate” di cui all’art. 67, ult. co., del D.P.R. n. 1092/1973 non è dato fruire del meccanismo previsto dall’art. 429 c.p.c., ma il creditore deve instare,  avanti al giudice competente in fatto, per l’applicazione del secondo comma dell’art. 1224 c.c., provando che la mora debendi ha prodotto maggior danno.

         A seguito del deferimento alle SS.RR. della questione di massima rubricata al n. 144/SR/QM si è costituito in giudizio il sig. … …, quale … … …., giusta delega a margine dell’atto di costituzione.

                   In tale atto il difensore, nel richiamare in ordine alla dedotta questione di massima quanto già espresso nel resistere all’atto d’appello proposto dal Ministero dell’Economia e delle Finanze avverso la sentenza n. 1872/00/G della Sezione territoriale per l’Emilia-Romagna, reputa che tra le diverse opzioni esegetiche dell’art. 5 della L. n. 205/2000 sia da condividere l’orientamento secondo cui tale norma attraverso il rinvio all’art. 429 c.p.c. avrebbe introdotto nell’ordinamento una norma sostanziale con efficacia retroattiva (rispetto all’entrata in vigore della citata L. n. 205) con esclusione anche per i giudizi in corso dell’applicabilità del D.M. n. 352/1998; di talché sulle somme spetterebbero, in via automatica, la rivalutazione come gli interessi dal giorno della maturazione del diritto e la rivalutazione spetterebbe senza necessità alcuna di dimostrare il maggior danno.

         Reputa, pertanto il difensore che dopo l’entrata in vigore della L. n. 205/2000 negli indiscutibili assunti della natura sostanziale del complesso normativo di cui agli artt. 5 della L. n. 205 e 429 c.p.c., nonché dell’applicabilità di tale complesso normativo oltre che in primo anche in grado d’appello indipendentemente dalla forma (monocratica o collegiale) della sentenza appellata, la corretta soluzione della problematica sia nel senso che, indipendentemente dal momento in cui sia sorto (o eventualmente riconosciuto) il diritto a trattamento privilegiato di guerra, rivalutazione monetaria ed interessi legali siano sempre dovuti e con decorrenza “originaria” senza che sia prescritta domanda alcuna e, massimamente, senza che sia prescritta dimostrazione alcuna del c.d. maggiore danno e che in ordine al cumulo degli stessi non possa trovare applicazione il D.M. Tesoro n. 352/1998.

         Nei suestesi sensi ed alla stregua della conforme giurisprudenza chiede, pertanto, il difensore che venga definita la questione in argomento in ordine alle problematiche che la connotano.

         Alla pubblica udienza del 26 giugno 2002, l’Avvocato dello Stato … …, sintetizzati i termini delle proposte questioni di massima, ha osservato che la soluzione alle stesse andrebbe trovata definendo in via preliminare, non tanto la posta problematica della natura processuale o sostanziale del c.d. rinvio alle norme codicistiche operato dall’art. 5 della L. n. 205/2000, quanto la natura di tale disposizione a cui, a suo avviso, va riconosciuto carattere essenzialmente processuale, come, del pari, all’aspetto processuale delle disposizioni codicistiche ivi richiamate deve intendersi che il legislatore abbia fatto soprattutto riferimento onde approntare per il neo istituito Giudice Unico delle pensioni un sistema procedurale al quale attenersi nella definizione delle controversie pensionistiche attratte nel potere cognitivo della Corte dei conti.

         Ha insistito, altresì, nel sostenere la posizione dell’Amministrazione secondo cui, in ragione della natura risarcitoria delle pensioni di guerra e di quelle militari c.d. tabellari, alle quali è estranea ogni funzione reddituale, previdenziale ed assistenziale, alle stesse non si rende applicabile l’art. 429 cod. proc. civ., bensì il solo art. 1224 cod. civ.; donde, in caso di ritardato pagamento di spettanze da parte dell’Amministrazione, sulla sorte capitale sono dovuti i soli interessi legali, mentre la rivalutazione monetaria competerà solo per l’eventuale importo differenziale, ove, da parte dell’avente diritto, venga data prova del c.d. maggior danno.

         L’Avv. … …, per il proprio assistito … …., ha insistito sulle ragioni di difesa delle posizioni interpretative della disciplina in questione svolte in sede di appello.

         Il Pubblico Ministero dott. Alfredo Lener ha esposto le posizioni della Procura Generale, facendo riferimento al relativo atto scritto, del quale ha riportato ampi stralci e condiviso nella sostanza la prospettazione data dall’Avvocato Erariale.

 

 

Considerato in

 

DIRITTO

1.     Le questioni di massima quali in narrativa specificate, in quanto involgono aspetti interpretativi di una medesima disposizione di legge, vanno trattate congiuntamente, ex art. 274, cod. proc. civ., onde pervenire ad un’unica sentenza.

         In via preliminare, va, altresì, verificata l’ammissibilità o meno dei prospettati quesiti.

         Al riguardo, osservano i Giudicanti che per quanto attiene alle questioni rubricate ai nn. 135 e 144/SR/QM, non sussistono dubbi sulla ammissibilità delle stesse, sia sotto il profilo sostanziale, per la consistenza del prospettato contrasto interpretativo e la rilevanza pregiudiziale ai fini della decisione del giudizio di merito, sia sotto il profilo processuale, per la ampiezza dei motivi deducibili in appello.

Per quanto attiene, invece, la questione rubricata al n. 134/SR/QM, la stessa, pur se di contenuto analogo alle precedenti, si appalesa inconciliabile con lo strumento processuale a mezzo e nel corso del quale risulta sollevata.

         Costituisce, infatti, giurisprudenza consolidata che l’errore legittimante il ricorso alla procedura correttiva delle sentenze, ex artt. 287 e 288 cod. proc. civ., è quello c.d. materiale (consistente in una mera svista del giudice che ciascuna delle parti possa riconoscere senza equivoci e perplessità, con una evidenza tale da non lasciar adito a dubbi e riserve) e giammai l’errore c.d. logico o giuridico – interpretativo, determinante la formazione di un convincimento o di una decisione suppostamente contrastanti con l’esatta interpretazione della legge (cfr., per tutte, in termini, Cass.: 6 febbraio 1984, n. 80; 15 giugno 1998, n. 5977).

         Nella specie, l’errore dedotto dall’istante l’indicato procedimento correttivo attiene all’assunta spettanza sul trattamento pensionistico, liquidato con ritardo, della rivalutazione monetaria, alla sua compatibilità con gli interessi legali, nonché alle modalità di calcolo della stessa; di modo che si è eventualmente in presenza di un errore logico estraneo allo istituto processuale utilizzato per denunciarne la sussistenza.

         In particolare, poi, la giurisprudenza della Corte di Cassazione ha espressamente affermato che quando la lamentata omessa applicazione da parte del Giudice dell’indice ISTAT non sia dovuta ad una mera svista, ma si riveli frutto di ragionamento, non ricorre l’ipotesi dell’errore ex art. 287 cod. proc. civ., ma dell’eventuale violazione di una norma di diritto, censurabile, ove ne ricorrano i presupposti, con gli ordinari mezzi di impugnazione (cfr., in termini, Cass.: 24 maggio 1978, n. 1608; 20 luglio 1994, n. 6768).

         Poiché, come chiarito, nella specie la mancata applicazione della rivalutazione monetaria al riconosciuto trattamento pensionistico non ha costituito il frutto di un semplice sbaglio, ma la risultanza di una puntuale considerazione concettuale e sostanziale del Giudice d’appello, tale omissione non sarebbe emendabile e resterebbe improducente nel procedimento correttivo ex art. 287 cod. proc. civ., implicando l’eliminazione di una siffatta lacuna non una integrazione formale bensì sostanziale del contenuto della relativa sentenza attraverso l’esercizio di poteri cognitivi e valutativi non conciliabili con l’istituto correttivo.

         La questione di massima deferita all’esame di queste Sezioni Riunite dalla Seconda Sezione Giurisdizionale Centrale con l’ordinanza n. 012/2002/A va, pertanto, dichiarata inammissibile.

2.     Passando all’esame delle questioni di massima prospettate dalla Prima e dalla Seconda Sezione Giurisdizionale Centrale con le rispettive ordinanze n. 039/2002/A e n. 013/2002/A, osservano i Giudicanti che le stesse attengono sostanzialmente alla natura giuridica dell’art. 5 della L. 21 luglio 2000, n. 205 (recante disposizioni in materia di giustizia amministrativa) nonché all’applicabilità o meno alle pensioni di guerra ed a quelle militari c. d. “tabellari” dell’art. 429, comma 3, cod. proc. civ., dalla indicata legge espressamente richiamato, ove, fra l’altro, prevede, in ipotesi di ritardata liquidazione di crediti pensionistici, la cumulativa corresponsione sulla sorte capitale della rivalutazione monetaria e degli interessi legali.

Entrambe le problematiche, si appalesano strettamente connesse, dappoichè è proprio in ragione della diversa natura e portata assegnata al menzionato art. 5 che i contrastanti orientamenti argomentano la sottoposizione o meno delle pensioni di guerra e di quelle tabellari ad un regime differenziato rispetto agli altri trattamenti pensionistici, anche sotto il profilo applicativo dell’art. 429 cod. proc. civ..

         Una parte della giurisprudenza contabile richiamata dall’Avvocato Erariale nell’udienza dibattimentale, sostiene che l’art. 5 della menzionata legge n. 205/2000 abbia natura meramente processuale, nel senso di aver introdotto soltanto nuove regole di procedura per il neo istituito Giudice Unico delle pensioni senza nulla innovare rispetto all’assetto sostanziale della normativa pensionistica ed alla struttura c. d. indennitaria delle pensioni di guerra e militari tabellari che, in quanto non correlate ad un rapporto di lavoro e, pertanto, al criterio di retribuzione differita canonizzato dall’art. 36 Cost., resterebbero sottratte, sotto il profilo sostanziale, all’ambito di applicabilità dell’art. 429 cod. proc. civ. rientrando nel regime giuridico dell’art. 1224 cod. civ.

         A tale orientamento si contrappone quello che (nell’assunta natura, processuale e sostanziale del sistema introdotto dall’art. 5, L. n. 205/2000 e dello espresso rinvio, ivi operato, a puntuali norme della processualistica civile afferenti le controversie di lavoro) ritiene che la tutela del credito pensionistico, nell’intera materia di pertinenza del Giudice Contabile, in ipotesi di ritardata liquidazione, resti esclusivamente regolata dall’art. 429 cod. proc. civ. con operatività, pertanto, a favore dei beneficiari, del regime del cumulo tra interessi e rivalutazione monetaria.

         Sul punto reputano queste Sezioni Riunite di dover premettere che la soluzione della dedotta problematica impone un approccio metodologico il più possibile aderente al dettato normativo, onde ovviare a suggestioni ermeneutiche indotte dalla forza attrattiva di posizioni giurisprudenziali formatesi od improntate sulla base della normativa antecedente la legge n. 205/2000, la cui vigenza e/o compatibilità con il recente regime va, pertanto, verificata con rigore.

         Ciò onde ovviare alla formidabile capacità dimostrata dalla vexata questio del cumulo tra interessi e rivalutazione di attraversare indenne, nella sua definizione tradizionale, ogni tentativo del legislatore di rimettere ordine nella materia soprattutto nel settore pubblico.

         Tale approccio metodologico impone, pertanto, a questi Giudicanti di pervenire alla soluzione delle molteplici e complesse problematiche indotte dalla recente disciplina, rivisitando alla luce della stessa il sistema normativo previgente alla entrata in vigore della L. n. 205/2000 e non viceversa, onde stabilire se e quale parte del pregresso regime possa ritenersi ancora compatibile con il nuovo e chiarire l’effettiva portata di quest’ultimo.

         Al riguardo, è innegabile che l’art. 5 della recente L. n. 205/2000 ha approntato per la parte che ne occupa una normativa generale in materia pensionistica, sia sotto il profilo processuale, a mezzo dell’istituzione di un Giudice Unico per “tutti” i ricorsi di cognizione della Corte dei conti che ha sottoposto all’osservanza di un regime processuale espressamente formalizzato (artt. 420, 421, 429, 430 e 431 cod. proc. civ.), sia sotto il profilo sostanziale, non potendo revocarsi in dubbio che il richiamo a quelle specifiche norme della codicistica processuale civile, nonché la disciplina approntata dallo stesso art. 5, vadano intesi, nella loro compiutezza e non per l’aspetto meramente procedurale.

         Del resto, costituisce giurisprudenza consolidata della Corte di Cassazione, dalla quale il Collegio non intende discostarsi nella soluzione della proposta problematica, che lo stesso art. 429 cod. proc. civ. non si limita ad introdurre meri precetti processuali ed, in particolare, per quanto attiene al terzo comma (nel testo fissato dall’art. 1 della L. n. 533/1973), il mero potere - dovere, pur se immediatamente operativo per il Giudice, di provvedere, anche d’ufficio ed in grado di appello, alla rivalutazione dei crediti di lavoro, previdenziali ed assistenziali, ma riconosce un diritto sostanziale del beneficiario medesimo a tale rivalutazione (cfr., per tutte, Cass. 23 febbraio 1979, n. 1178; 23 marzo 1989, n. 1474; 1 ottobre 1997, n. 9602).

         Alla nuova disciplina va, pertanto, riconosciuto un innegabile effetto innovativo rispetto al precedente assetto ordinamentale, sia nel senso della sua operatività sull’intera materia pensionistica attratta nel potere cognitivo della Corte dei conti, sia nel senso dell’introduzione in subiecta materia, sotto il profilo sostanziale, del generale diritto del titolare di trattamento pensionistico, per il caso di ritardata liquidazione dello stesso, a veder riconosciuti, contestualmente alla prestazione principale, gli interessi legali e la rivalutazione monetaria.

         La rilevata portata sostanziale e generale, della nuova normativa, sotto il profilo logico-deduttivo, non può che comportare, poi, il superamento della speciale disciplina dettata in parte qua dall’art. 16, co. 6, della L. n. 412/1991, ripreso dall’art. 22, co. 36, della L. n. 724/1994, da ritenere ormai travolta, indipendentemente dal suo contenuto dispositivo, per l’espresso richiamo operato dall’art. 5 della L. n. 205/2000 alla unitaria disciplina dettata dall’art. 429 cod. proc. civ., nonché la soggezione a tale disposizione codicistica anche delle pensioni di guerra e di quelle militari c. d. tabellari, peraltro, non contemplate dalla menzionata normativa speciale.

         Con l’ulteriore conseguenza che, anche per tali pensioni la menzionata norma processuale non può che porre una presunzione assoluta di dannosità da svalutazione, togliendo rilevanza all’elemento soggettivo dell’inadempimento, nonché all’intimazione di pagamento ed introducendo così un meccanismo automatico di liquidazione del relativo pregiudizio a cui il Giudice deve provvedere necessariamente, anche d’ufficio, utilizzando per la quantificazione gli indici stabiliti dall’art. 150 disp. att. cod. proc. civ.; di modo che il pregiudizio de quo resta sottratto ad ogni onere probatorio ed all’ambito di operatività dell’art. 1224 cod. civ.

3.     La evidenziata natura processuale oltrechè sostanziale dell’art. 429 cod. proc. Civ. e dello stesso art. 5 della L n. 205, per l’introduzione nell’ordinamento pensionistico di cognizione del Giudice Contabile, attraverso il rinvio alla richiamata norma codicistica, dell’istituto rivalutativo del credito, in un certo senso indirizza la soluzione dell’ulteriore problematica posta dalle Sezioni remittenti in ordine alla portata applicativa, sotto il profilo temporale e del diritto intertemporale, della nuova normativa, soprattutto per quanto attiene alla sua operatività nei confronti dei rapporti controversi o comunque non esauriti afferenti a posizioni pensionistiche antecedenti la sua entrata in vigore, per i quali si assiste ad una contrastante giurisprudenza.

         Infatti, mentre in talune sentenze l’efficacia della nuova disciplina, in ragione del principio di normale irretroattività della legge, viene esclusa, oltrechè per i rapporti giuridici anteriori alla sua entrata in vigore, per quelli ancora pendenti, perché non vengano disconosciuti gli effetti già verificatisi nel passato e non si venga a togliere efficacia in tutto od in parte alle conseguenze attuali degli stessi (cfr., per tutte, Corte dei conti, Sez. I, 28 novembre 2001, n. 363), in altre pronuncie la portata retroattiva della indicata normativa viene data per scontata in ragione della sua particolare connotazione volta sostanzialmente a dettare una nuova regolamentazione dei soli effetti di fatti e rapporti già assoggettati all’imperio della legge precedente (cfr., per tutte, Corte dei conti, Sez. III, 19 giugno 2000, n. 196).

         Al riguardo, reputano queste Sezioni riunite di dover propendere per tale seconda soluzione, sia nel riflesso della indubbia natura processuale della nuova disciplina, di immediata operatività, sia per i particolari aspetti di diritto sostanziale che la stessa ha inteso regolamentare.

         In proposito, va rammentato che la giurisprudenza della Cassazione è concorde nel ritenere che l’art. 429 cod. proc. civ., nel nuovo testo risultante dall’art. 1 della L. n. 533 del 1973, sia applicabile anche ai crediti maturati in periodi precedenti all’entrata in vigore di tale legge; di modo che per tali crediti il calcolo della svalutazione monetaria deve essere effettuato secondo il criterio di cui all’art. 150 bis disp. attuaz. cod. proc. civ., applicando cioè l’indice dei prezzi calcolato dall’ISTAT per la scala mobile dei lavoratori dell’industria (cfr., in termini, per tutte, Cass. 21 giugno 1978, n. 3064; 19 dicembre 1978, n. 6170; 7 luglio 1978, n. 3541; 3 ottobre 1978, n. 4387; SS.UU. 16 giugno 1977, n. 0309; 16 maggio 1996, n. 4534).

         Ciò, nel riflesso che lo jus superveniens, pur se rechi una disciplina di carattere sostanziale, trova applicazione anche ai rapporti in via di svolgimento nell’ipotesi in cui non modifichi od incida sulla situazione di fatto o sul fatto costitutivo del diritto controverso, bensì disciplini o interagisca comunque sugli effetti del fatto generatore che resta, pertanto, immodificato (cfr., al riguardo, Cass. 4 maggio 1966, n. 3111; 3 aprile 1987, n. 3231; Cons. Stato, Ad. Plen. 15 giugno 1998, n. 3).

         Ora, nei casi all’esame non vi è dubbio che il fatto generatore del diritto al trattamento pensionistico resta immutato per effetto della nuova disciplina che viene ad incidere soltanto sugli effetti del riconoscimento giudiziale di tale diritto e cioè sulle componenti accessorie, rivalutazione da degrado monetario ed interessi legali, connessi al ritardato riconoscimento e corresponsione dei relativi crediti.

         La assunta soluzione della descritta problematica porta, pertanto, quale inevitabile conseguenza che, sotto il profilo dell’efficacia temporale della nuova disciplina, ai quesiti posti dalle Sezioni rimettenti vanno assegnate le seguenti risposte:

-       sotto il profilo processuale, l’art. 429 cod. proc. civ. trova applicazione, oltrechè nei nuovi giudizi, per tutti i giudizi pendenti avanti al giudice monocratico per le pensioni, anche nel caso di giudizi instaurati prima della data (10 agosto 2000) di entrata in vigore della L. n. 205/2000 ed al medesimo, per effetto della stessa, trasferiti per la definizione;

-       la menzionata norma codicistica trova, altresì, applicazione ai giudizi di appello sia che i pregressi processi siano stati decisi in prime cure in composizione collegiale che monocratica;

-       sotto il profilo sostanziale, il maggior danno da svalutazione monetaria, al pari degli interessi legali, costituisce componente essenziale del credito pensionistico liquidato con ritardo sia che vertasi in tema di pensioni ordinarie civili o militari, attratte nel potere cognitivo del Giudice Contabile, sia che vertasi in tema di pensioni di guerra o pensioni militari c.d. tabellari, con la conseguenza che gli indicati accessori debbono essere attribuiti anche d’ufficio dal Giudice nel giudizio intrapreso per la realizzazione del credito, anche in sede d’appello, sempre che sul punto non si sia formato un giudicato negativo, con decorrenza di tali accessori, alla stregua della indicata norma processuale, dal giorno in cui è maturato il credito (salvo il limite indotto dalla prescrizione);

-       l’univoco richiamo operato dall’art. 5 della L. n. 205/2000 al regime del cumulo tra rivalutazione monetaria ed interessi per “tutte” le pensioni attratte nel potere cognitivo della Corte dei conti, rende incompatibile tale regime con il pregresso sistema indotto dall’art. 16, co. 6, della L. n. 412/1991, ripreso dall’art. 22, co 36, della L. n. 724/1994 ed insostenibile ogni differenziazione tra pensioni c.d. contributive (civili e militari) e risarcitorie (di guerra e c.d. militari tabellari), eliminando tra le stesse ogni differenziazione rispetto al nuovo regime, nonché ogni margine di operatività dell’art. 1224 cod. civ.

4.     Così riconosciuto il diritto dei titolari di crediti pensionistici soddisfatti con ritardo a vedere integrato ex art. 429 cod. proc. civ. il loro credito, a decorrere dalla data di maturazione del diritto, oltrechè degli interessi legali del “maggior danno” eventualmente subito per la diminuzione del valore del credito medio tempore intervenuta, occorre verificare quale in effetti sia il concetto e la portata di tale componente aggiuntiva del credito.

         A tal punto occorre rammentare che parte della giurisprudenza contabile richiamata in narrativa si è posta il problema della natura del rinvio operato dall’art. 5 della L. n. 205 al menzionato art. 429 cod. proc. civ. e se cioè, per la parte che ne occupa, tale richiamo debba essere inteso come meramente “recettizio” od “in senso dinamico” e, come tale, comprendente la successiva evoluzione normativa, quale dettata dai combinati disposti dell’art. 16, co.6, della L. n. 412/1991, dall’art. 22, co. 36, della L. n. 724/1994, nonché dal D.M. Tesoro 1 settembre 1998, n. 352 e dall’art. 45, co. 6, della L. 23 dicembre 1998, n. 449; di modo che nel contenzioso pensionistico di cognizione del Giudice Contabile, per il ristoro da ritardo, la regola del cumulo debba essere intesa e ricondotta al principio del c.d. “assorbimento” introdotto dal menzionato art. 16, co. 6, della L. n. 412/1991 e succ. mod., nel senso che l’importo dovuto a titolo di interessi va comunque portato in detrazione dalle somme eventualmente spettanti a ripiano del maggior danno da svalutazione.

         Al riguardo, reputano queste Sezioni Riunite che, a stretto rigore, sotto il profilo logico interpretativo, pur se parte della dottrina e della giurisprudenza ha costruito la disciplina introdotta dalle richiamate disposizioni di legge quale “modificativa” dell’art. 429 cod. proc. civ., in sostanza la stessa si atteggia a sistema solo “sostitutivo ed alternativo” rispetto alla norma processuale, il cui precetto non può che restare immutato nell’ambito applicativo in cui è chiamato ad operare e deve trovare la sua piena reviviscenza ove la normativa speciale risulti incompatibile o comunque abrogata da una normativa successiva.

         Ora, non v’è dubbio che la disciplina processuale o sostanziale introdotta dall’art. 5 della L. n. 205/2000 ed, in particolare, l’espresso richiamo ivi operato ad una specifica disposizione della processualistica civile, onde dettare un sistema di tutela dei titolari di trattamento pensionistico per l’ipotesi di ritardato soddisfacimento del relativo credito da parte degli enti erogatori, ha comportato, almeno formalmente, il superamento del pregresso regime nell’ottica di un’avvertita esigenza di allineamento al sistema di garanzia approntato per le controversie previdenziali dalla codicistica civile.

         Ciò, ove anche si consideri che, rispetto all’estensione ai crediti previdenziali del regime dell’art. 429 cod. proc. civ. già operato dalla Corte Costituzionale (cfr. Corte Cost. sent. n. 156 del 12 aprile 1991), il sistema introdotto dall’art. 16, co. 6, della L. n. 412/1991 e poi ripreso dall’art. 22, co. 36, della L. n. 724/1994, secondo parte della dottrina avrebbe sostanzialmente attuato un parziale ripensamento, nell’evidente intento di attenuare, per esigenze di contenimento della spesa a carico del bilancio pubblico, gli effetti del cumulo tra rivalutazione ed interessi, quale inteso dalla giurisprudenza del lavoro.

         Conclusivamente, pertanto, l’esplicito richiamo di recente operato dal legislatore all’art. 429 cod. proc. civ. non potrebbe che essere inteso nel senso di una voluta reviviscenza, nella sua portata sostanziale e processuale, nei giudizi pensionistici di cognizione del Giudice Contabile, della disciplina ivi prevista; donde il vero problema interpretativo imposto dalla richiamata norma processuale è piuttosto quello di verificare, anche alla luce della giurisprudenza costituzionale in subiecta materia e nell’imprenscindibile tutela del “principio di cumulabilità tra rivalutazione ed interessi “normativamente sancito, il significato del c.d. “maggior danno da svalutazione” che il Giudice Contabile delle pensioni è tenuto a risarcire onde soddisfare nella sua interezza la pretesa pensionistica che risulti adempiuta in ritardo, nonché determinarne il criterio di calcolo.

         Al riguardo, reputano i giudicanti di dover rammentare che il regime del cumulo tra rivalutazione ed interessi, anche nella corrente interpretazione data all’art. 429 cod. proc. civ. dalla giurisprudenza ordinaria, non ha avuto univoche configurazioni, donde accanto a soluzioni dirette a sostenere una matematica sovrapposizione o perfetta sommatoria dell’una e dell’altra componente accessoria del credito liquidato con ritardo, non sono mancate posizioni giurisprudenziali che hanno ricompreso il danno da svalutazione nell’orbita del danno da lucro cessante del quale i c.d. interessi moratori assicurerebbero un “risarcimento minimo ed automatico”.

         Da qui l’affermazione che il danno da svalutazione dovrebbe essere risarcito soltanto nei limiti in cui ecceda la misura degli interessi legali ha costituito ulteriore sviluppo di parte della giurisprudenza che ha dato una siffatta lettura alla norma processuale per l’evidente incongruenza del c.d. “cumulo integrale” nel senso che, con il riconoscere gli interessi in aggiunta alla intera rivalutazione, si verrebbe sostanzialmente a risarcire, sia pure per profili e con sistemi diversi, due volte lo stesso danno (cfr, in termini, Cass. 14 gennaio 1998, n. 260, 8 maggio 1992, n. 5490).

         Non a caso, pertanto, nella giurisprudenza ordinaria il principio della non integrale cumulabilità tra interessi e rivaluzione e del maggior danno quale “danno differenziale” è risultato non di rado dominante (cfr., per tutte, Cass. n. 260 del 1988; S.U. 1 dic. 1989, n. 5299; 7 ago. 1990, n. 7987; 16 apr. 1991, n. 4053; 7 mag. 1991, n. 5044; 16 lug. 1992, n. 8663; 28 apr. 1993, n. 4998).

         Ciò nel riflesso che il modello regolativo prefigurato dall’art. 429 cod. proc. civ., pur discostandosene per rilevanti aspetti di disciplina, apparirebbe nella sostanza più assimilabile a quello del debitore moroso e del ritardo nell’adempimento di cui all’art. 1224 cod. civ., che a quello della mera detenzione di denaro altrui prefigurato dall’art. 1282 cod. civ.; donde il “maggior danno” “della menzionata norma processuale sarebbe costituito, nella sostanza, dal c.d. solo “danno aggiuntivo” a quello già coperto dagli interessi legali.

         Tale esegesi, peraltro, avrebbe già avuto una sostanziale conferma nel previgente sistema normativo introdotto dall’art. 16, co. 6, della L. n. 412/1991 e quindi in quello dell’art. 22, co. 36, della L. n. 724/1994 ove la corresponsione al beneficiario di forme di previdenza obbligatoria, liquidate in ritardo, del solo “maggior importo” tra interessi e rivalutazione (c.d. trattamento differenziale) avrebbe introdotto una sorta di interpretazione autentica nella chiarita direzione della norma processuale.

         Tale ottica interpretativa è stata nel concreto condivisa dalla stessa Corte Costituzionale con la sentenza n. 459/2000, ove si afferma che il menzionato art. 22, co. 36, della L. n. 724/94 avrebbe ricondotto, nell’ambito del settore pubblico, la disciplina dell’art. 429 cod. proc. civ., pur nel mantenimento di rilevanti tratti di specialità, all’interno di quella generale dell’art. 1224 cod. civ., sostituendo alla regola del c.d. “cumulo integrale” quella dell’”assorbimento”, giustificando la tutela privilegiata del lavoratore nei confronti del datore di lavoro privato con motivi in funzione dissuasiva della mora debendi, onde creare un meccanismo di riequilibrio del vantaggio patrimoniale indebitamente conseguito dal datore di lavoro attraverso l’inadempimento.

         Ciò posto, ove si collochi il richiamo all’art. 429, co. 3, cod. proc. civ., quale operato dall’art. 5 della L. n. 205/2000, nell’ottica interpretativa espressa dal legislatore nella non lontana, pur se, come chiarito, ormai superata, disciplina dettata con il menzionato art. 22 della L. n. 724/1994, non può essere negato il plurimo intento di ricondurre la norma processuale nei suoi effettivi ratio ed ambito applicativo in un “ridimensionamento verso il giusto” del c.d. “maggior danno”, nonché di introdurre un unitario criterio riparatorio del danno da tardivo adempimento dei trattamenti pensionistici il cui contenzioso rientri nel potere cognitivo della Corte dei conti.

         Tale esegesi appare, del resto, meglio rispondente alla ratio ed alla stessa lettera della norma processuale in questione (e del medesimo art. 1224 cod. civ.) ove il chiaro riferimento al “maggior” e “non al semplice danno” da svalutazione, unitamente all’avverbio “eventualmente” afferisce più ad un’ipotesi di “cumulo parziale” (rectius “differenziale”) tra interessi e degrado monetario.

         Va, peraltro, chiarito che detta configurazione dell’istituto de quo non ne determina comunque un appiattimento in direzione dell’art. 1224 cod. civ., dappoichè rispetto a tale disposizione, permangono i profili di specialità dettati dalla norma processuale, enucleabili nell’automaticità della liquidazione del danno subito dal titolare del credito pensionistico, per effetto del ritardo nell’adempimento, operabile d’ufficio dal giudice, senz’uopo di messa in mora e di prova del danno, né di alcuna richiesta di parte, nonché nella decorrenza degli interessi e dell’eventuale credito differenziale da svalutazione ex art. 150 disp. att. cod. proc. civ. dal giorno della maturazione del diritto e non dalla messa in mora, così come espressamente sancito dal terzo comma dello stesso art. 429 cod. proc. civ.

         Per quanto riguarda, poi, il calcolo del c.d. “maggior importo” tra interessi e rivalutazione monetaria, da aggiungere al credito pensionistico, reputano queste Sezioni Riunite che lo stesso vada determinato in base alla richiamata norma processuale, tenuto conto delle percentuali di interessi legali e dell’indice ISTAT di cui all’art. 150 disp. att. cod. proc. civ., rilevato anno per anno, da applicare agli importi pensionistici spettanti alle singole scadenze, a far data dal momento di maturazione del diritto a pensione fino a quello del soddisfacimento del credito, fatta salva l’eventuale prescrizione del diritto.

 

 

P.Q.M.

 

La Corte dei conti a Sezioni Riunite in sede giurisdizionale, pronunciando sulle questioni di massima iscritte ai nn. 134/SR/QM, 135/SR/QM, deferite dalla Seconda Sezione Giurisdizionale Centrale, rispettivamente con ordinanze n. 012/2002/A e n. 013/2002/A, nonché sulla questione di massima iscritta al n. 144/SR/QM deferita dalla Prima Sezione Giurisdizionale Centrale con ordinanza n. 039/2002/A, decide come appresso:

-           dichiara inammissibile la questione di massima rubricata al n. 134/SR/QM deferita dalla Seconda Sezione Giurisdizionale Centrale;

-           riunisce le questioni rubricate ai nn. 135 e 144/SR/QM assumendo per le stesse le seguenti soluzioni di massima:

-           all’art. 5 della L. n. 205/2000, nonché all’art. 429 cod. proc. civ. da quella norma richiamato, va riconosciuta sia una natura processuale che sostanziale;

-           l’art. 429, co. 3, cod. proc. civ. ha introdotto il generale diritto del titolare di trattamento pensionistico, per il caso di ritardata liquidazione dello stesso, a veder riconosciuti, contestualmente alla prestazione principale, gli interessi legali e la rivalutazione monetaria;

-           l’art. 429, co. 3, cod. proc. civ. trova applicazione a tutti i giudizi pensionistici di cognizione della Corte dei conti, compresi quelli afferenti alle pensioni di guerra ed alle pensioni militari c. d. tabellari;

-           l’art. 429, co. 3, cod. proc. civ., oltrechè ai nuovi giudizi, trova applicazione per tutti i giudizi pensionistici pendenti avanti il Giudice Monocratico alla data (10 agosto 2000) di entrata in vigore della L. n. 205/2000 al medesimo trasferiti dalla precedente sede collegiale, nonché ai giudizi d’appello sia che i pregressi processi pensionistici siano stati decisi in prime cure in composizione monocratica che collegiale;

-           la menzionata norma codicistica trova applicazione anche ai giudizi afferenti a rapporti creditori maturati anteriormente alla data di entrata in vigore della L. n. 205/2000;

-           il principio del cumulo tra interessi e rivalutazione monetaria stabilito dall’art. 429, co. 3, cod. proc. civ., non va inteso in senso “integrale”, quale matematica sommatoria dell’una e dell’altra componente accessoria del credito pensionistico liquidato con ritardo, bensì “parziale”, quale possibile integrazione degli interessi legali, ove l’indice di svalutazione dovesse eccedere la misura dei primi;

-           il maggior danno da svalutazione nell’eventuale importo differenziale nonché gli interessi legali, costituiscono componenti essenziali legate da automatismo giuridico al credito pensionistico soddisfatto con ritardo, per cui gli indicati accessori, anche nel caso di pensioni di guerra e di pensioni militari c. d. tabellari, debbono essere attribuiti d’ufficio dal Giudice, anche in sede d’appello senz’uopo di costituzione in mora o di richiesta di parte, né di prova del danno, con decorrenza degli interessi medesimi e dell’eventuale credito differenziale da svalutazione, determinato alla stregua degli indici fissati ex art. 150 disp. att. cod. proc. civ., dal giorno della maturazione del diritto;

-           il calcolo del c. d. “maggior importo” tra interessi e rivalutazione va operato ex art. 429, co.3, cod. proc. civ., tenuto conto delle percentuali di interessi legali e dell’indice ISTAT ex art. 150 disp. att. cod. proc. civ. rilevati anno per anno, da applicare agli importi pensionistici spettanti alle singole scadenze a far data dal momento di maturazione del diritto pensionistico, fino al soddisfo, salvi i limiti indotti dall’eventuale prescrizione del credito o di suoi ratei.

 

Dispone la restituzione degli atti rispettivamente alla Sezione Prima Giurisdizionale Centrale ed alla Sezione Seconda Giurisdizionale Centrale per la definizione dei relativi giudizi.

Nulla per le spese.

 

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio del 26 giugno 2002.

 

L’ESTENSORE (Davide MORGANTE)

IL PRESIDENTE (Francesco CASTIGLIONE MORELLI)

 

Depositata in Segreteria il 18 ottobre 2002.

IL DIRIGENTE

(Dott.ssa Eleonora ADORNATO)

 

Articoli del CPC e del CC  richiamati:

Art. 150 (disp.att.) Codice Procedura Civile

Art. 274 Codice Procedura Civile

Art. 287 Codice Procedura Civile

Art. 287 e 288 Codice Procedura Civile

Art. 409 Codice Procedura Civile

Artt. 420 e 421 Codice Procedura Civile

Artt. 429, 430, 431 Codice Procedura Civile

Art. 429 Codice Procedura Civile

Art. 1219 Codice Civile

Art. 1224 Codice Civile

Art. 2729 Codice Civile

 

 

Scadenze di: giugno 2019