Il duro confronto in atto tra i cofondatori del Pdl, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e il presidente della Camera Gianfranco Fini, potrebbe avere ripercussioni anche sulla politica scolastica, soprattutto se si realizzasse l'ipotesi della formazione di nuovi gruppi parlamentari, alla Camera e al Senato, formati da "finiani" doc.
L'esito delle recenti elezioni regionali, che ha segnato una netta affermazione della Lega Nord, è stato diffusamente interpretato anche come un successo, all'interno della maggioranza, dell'asse Berlusconi-Tremonti-Bossi, non sufficientemente bilanciato dall'avvenuta conquista di due presidenze regionali, nel Lazio e in Calabria, da parte di due esponenti politici considerati vicini a Fini come Renata Polverini e Giuseppe Scopelliti.
L'impressione è che l'attuale presidente della Camera, già leader della componente AN del Pdl, abbia colto questa occasione per rimettere in discussione la linea politica del governo e del presidente del Consiglio, che considera troppo spostata verso le posizioni della Lega Nord su temi importanti come quelli dell'immigrazione, dei diritti civili e di una interpretazione del federalismo favorevole alle Regioni settentrionali e penalizzante per quelle centro-meridionali, dove AN raccoglieva i suoi maggiori consensi.
D'altra parte è proprio sul difficile equilibrio tra Lega e An che Silvio Berlusconi ha costruito i suoi successi elettorali, e incontrato le sue difficoltà, a partire dal 1994, anno di esordio della cosiddetta seconda Repubblica. Quando questo equilibrio è entrato in crisi - come nel 1996, quando la Lega rifiutò di coalizzarsi, presentandosi alle elezioni da sola - il centro-destra è stato sconfitto.
Nel campo della politica scolastica non mancano i precedenti di notevoli dissensi tra le due componenti originarie del Pdl, Forza Italia e AN, con la Lega in posizione defilata.
Nel corso della legislatura 2001-2006, col ministro Moratti impegnata a dare seguito al programma di forte modernizzazione della scuola - quello delle 3 "i": inglese, internet, impresa - con il quale il centro-destra si era presentato agli elettori, fu proprio AN a bloccare le proposte più dirompenti.
La prima, quella di ridurre la durata della scuola secondaria superiore a quattro anni, ipotesi avanzata alla fine del 2001 dal gruppo di lavoro presieduto da Giuseppe Bertagna, fu immediatamente e seccamente respinta da AN (cui si affiancò, in modo meno clamoroso, anche l'Udc). E fu sempre AN a chiedere spazio e visibilità, all'interno dell'area liceale prevista dalla riforma Moratti, per gli ex istituti tecnici, ribattezzati "licei vocazionali", ricondotti in sostanza agli ordinamenti pre-riforma. In entrambi i casi l'intervento di AN era in sostanza finalizzato a dare continuità alla scuola tradizionale, al liceo (classico in particolare) di ascendenza gentiliana e agli istituti tecnici statali (industriali in particolare), da sottrarre al rischio di una loro attrazione nell'orbita regionale.
Anche sulla prima bozza di Indicazioni nazionali per il primo ciclo, circolata prima della pubblicazione del relativo decreto legislativo (n. 59 del febbraio 2004), AN espresse forti critiche chiedendo (e ottenendo), per esempio, più spazio per la grammatica italiana, l'ortografia, la morfologia, la sintassi, in neanche troppo sottintesa polemica con l'attenzione chiesta dalla Lega per le culture e le lingue locali.
Nei casi citati AN ha mantenuto, anche con coerenza, una linea che potremmo definire neoconservatrice, volta a preservare i caratteri nazionali e unitari del sistema scolastico italiano, la sua identità ed eredità. Dal canto suo la Lega, impegnata soprattutto sul fronte della riforma istituzionale (ottenuta nel novembre 2005, a fine legislatura, ma bocciata poi dal referendum del giugno 2006), non si è misurata quasi per nulla sul terreno della politica scolastica.
Ma nella corrente legislatura, e soprattutto ora, dopo il successo riportato nelle elezioni regionali del 2010 e la conquista della guida di due importanti Regioni del Nord come il Piemonte e il Veneto, la Lega si sta muovendo, e certamente viaggia in direzione opposta a quella storicamente sostenuta da AN e - presumibilmente - dai finiani che a quella linea si richiamano, come il senatore Giuseppe Valditara, che in AN aveva per anni ricoperto l'incarico di responsabile nazionale per la scuola e l'università.
Il timore di Fini e dei finiani è che il maggior peso politico della Lega determini uno spostamento della maggioranza e dell'attività del governo dalla linea finora tenuta in politica scolastica, linea sulla quale la componente AN del Pdl ha potuto esercitare un'influenza notevole, anche se non determinante come nel 2001-2006. Uno spostamento che andrebbe in direzione di un più accentuato riformismo sia istituzionale - con il rafforzamento del federalismo fiscale e scolastico - sia programmatico, con il possibile rilancio da parte del ministro Gelmini di idee e progetti che il cauto conservatorismo di AN aveva finora bloccato, da forme realmente innovative di governance delle istituzioni scolastiche a nuove modalità di formazione, reclutamento e carriera dei docenti. Soprattutto, la subcomponente finiana del Pdl vorrebbe evitare che all'ottica "nazionale" che ha finora bene o male ispirato le leggi e le politiche governative se ne sostituis se un'altra, improntata al regionalismo della Lega.
I timori dei finiani non sembrano destinati ad essere placati da quanto sta maturando in Lombardia, dove il presidente Formigoni, eletto per la quarta volta consecutiva alla guida della Regione, ha chiesto al ministro Gelmini di poter sperimentare un "nuovo modello" di federalismo scolastico, come lo ha definito nell'intervista rilasciata al Corriere della Sera di sabato 17 aprile 2010.
"Sono stufo di vedere la scuola italiana agli ultimi posti in Europa. Sono stufo di vedere i professori depressi a causa di un sistema che non garantisce la qualità", ha scandito Formigoni.
Il nuovo modello proposto dal governatore lombardo è fondato su due principi: reclutamento diretto dei docenti da parte delle scuole, sulla base di albi regionali, e completa parità tra istituti statali e privati paritari potenziando la "dote scuola", in favore delle famiglie che scelgono i secondi, in forma di buono studio (voucher).
Alla domanda del giornalista, Maurizio Giannattasio, se questa proposta sia finalizzata a spiazzare o anticipare la Lega, Formigoni risponde così: "La definirei una proposta formigoniana-pidiellina-leghista in profonda sintonia con il programma del governo e della coalizione".
Una risposta che sembra fatta apposta per dare corpo ai fantasmi finiani di uno spostamento del baricentro della maggioranza dall'asse Forza Italia-AN, centrato sul rapporto privilegiato tra i due cofondatori del Pdl Berlusconi e Fini, a un nuovo asse formato da un Pdl egemonizzato da Berlusconi e dalla Lega di Umberto Bossi.
È vero che Formigoni si accontenterebbe, almeno per il momento, di una sperimentazione in un nucleo limitato di scuole, e che agli albi regionali potrebbero iscriversi anche insegnanti non residenti in Lombardia (però con l'impegno ad accettare l'incarico per almeno 5 anni), ma il laboratorio Lombardia, che già si è mosso in una direzione analoga nel settore della Sanità, potrebbe diventare la sede in cui si fanno le prove generali di quello che potrebbe essere domani il federalismo scolastico.
Nella sua proposta di federalismo scolastico, con albi regionali degli insegnanti (già previsti dal decreto legislativo 227/2005 della riforma Moratti prima che la legge finanziaria 2008 abrogasse quel decreto), il presidente lombardo Formigoni assicura di avere ottenuto il consenso di massima del ministro Gelmini ("la direzione è condivisa") e di avere già trovato un terreno favorevole sia con i sindacati sia con i professori.
Tutto facile, dunque?
Formigoni prevede che gli albi regionali serviranno alle scuole per scegliere direttamente gli insegnanti in base al merito ("vogliamo premiare gli insegnanti esaltando chi vuole continuare a qualificarsi"). Ciò significa che l'albo regionale non sarebbe costituito da una graduatoria ma da un elenco dal quale attingere liberamente e discrezionalmente.
E già questa sarebbe una prima rivoluzione. Davvero i sindacati sono d'accordo?
Ma c'è altro. Il governatore lombardo parla di scelta (chiamata) secondo il merito. Ma il merito dei docenti chi lo valuta?
Provando a ragionare, se la valutazione del merito è "a monte" (titoli, esperienze, ecc.), si dovrebbe registrare tutto nell'albo regionale che diventerebbe, in questo modo, una sorta di graduatoria. Se la valutazione del merito è, invece, a valle, come faranno i dirigenti scolastici a scegliere? Con colloqui e prove selettive per istituto? E con diritto di annullare la scelta se successivamente cambiano idea?
La chiamata in base al merito è più facile da affermare che praticare...
Non sappiamo con quali sindacati della scuola - come da lui affermato - abbia trovato "terreno favorevole" il progetto di federalismo scolastico avanzato dal presidente Formigoni, ma certamente la Cisl-scuola non fa parte della partita.
Il segretario generale della Cisl-scuola Francesco Scrima ha fatto subito sapere che, mentre è giusto che le Regioni dedichino grande attenzione alla scuola, "quella del reclutamento è questione che riguarda (invece) l'intero sistema, nella sua dimensione unitaria e nazionale".
È pertanto a quel livello che la questione va affrontata e discussa e "solo allora - continua Scrima - vedremo se e quanto i sindacati possano condividere progetti che per quanto ci riguarda oggi non lo sono". No, dunque, all'idea di un reclutamento dei docenti per chiamata delle scuole.
"Non possiamo avere venti modalità diverse di reclutamento in Italia - continua la Cisl-scuola - sarebbe davvero paradossale che inaugurassimo con la balcanizzazione del sistema scolastico le celebrazioni per i 150 anni dell'unità d'Italia!".
Secondo la Cisl la proposta di far assumere i docenti direttamente dalle scuole non offre alcuna soluzione ai problemi che Formigoni dice di voler affrontare.
"Va bene far leva sul merito e sulla stabilità del personale, ma per questo non bastano le affermazioni di principio, servono impegni veri e adeguate risorse. Difficile premiare il merito quando non si è in grado di assicurare a tutti un livello decente di retribuzione ordinaria; impossibile favorire la stabilità quando si tagliano decine di migliaia di posti, costringendo il personale a cambiare la sede di servizio, o finché rimane troppo alta la percentuale di personale precario, destinato inevitabilmente a cambiare scuola ogni anno. Non c'è stabilità del personale senza stabilità degli organici".
7. Indicazioni/1. Una polemica rivelatrice
Durante la scorsa settimana il sito internet di Tuttoscuola ha ospitato un vivace scambio di opinioni tra Claudio Gentili, direttore del settore Education di Confindustria, e Giorgio Israel, uno dei principali collaboratori del ministro Gelmini. Oggetto del contendere, al netto delle reciproche insofferenze, la filosofia alla quale si ispira la bozza di Indicazioni nazionali dei licei apprestata dalla cosiddetta "Cabina di regia", la commissione ministeriale coordinata dal consigliere del ministro Max Bruschi.
Lo spunto per lo scambio di opinioni è stato fornito dal dibattito sulla bozza, promosso dal quotidiano online il sussidiario.net. Ha cominciato Gentili, che pur apprezzando il lavoro svolto dalla commissione ha osservato che "il limite più evidente di queste Indicazioni nazionali è immaginare che si possa tornare ai tempi in cui Berta filava e così superare la dilagante ignoranza dei 'nativi digitali'". Nel mirino di Gentili stava un certo ritorno al primato dei contenuti e delle conoscenze disciplinari che egli ravvisava nella bozza di Indicazioni, e che gli sembrava andare in direzione opposta a quella della "migliore ricerca pedagogica internazionale (che) tende sempre più a collegare discipline e competenze e a passare da una scuola della trasmissione delle conoscenze a una scuola che sviluppa l'apprendimento delle competenze".
Ma è proprio al concetto di "competenza" che Israel rivolge una critica frontale, come d'altra parte fa da anni in articoli e libri. La considera teoreticamente oscura, ambigua, "non misurabile", nella migliore delle ipotesi frutto di un approccio "empirico", e quindi non utile, se non addirittura dannosa (una "chincaglieria mentale") se considerata come il punto di approdo dei processi di insegnamento e apprendimento. Perciò respinge l'obiezione di Gentili alla bozza di Indicazioni, difendendone l'attuale impostazione, che considera la competenza come strettamente connessa al saldo e prioritario possesso delle conoscenze: "una teoria che non si accompagni alla capacità di applicarla e svilupparla è frutto di pessimo insegnamento", sostiene, e d'altra parte "il successo della scienza occidentale sta proprio nell'aver preferito all'approccio empiristico il metodo sperimentale guidato dalla teoria".
Dietro la polemica tra Gentili e Israel si intravede in realtà la diversa filosofia che ispira le definizioni dell'identità dell'istruzione liceale e di quella tecnica (e ancor più professionale) contenute nei regolamenti Gelmini.
Con il riconoscimento e la teorizzazione di questa diversa identità, più centrata sulle conoscenze (nella interpretazione di Israel) per i licei da una parte, e più focalizzata sulle competenze (nella versione che ne offre Gentili) per l'istruzione tecnico-professionale dall'altra, giunge a conclusione la parabola dei ripetuti sforzi, compiuti in Italia negli ultimi decenni, di ripensare su basi unitarie l'intera istruzione secondaria superiore.
I due tentativi più organici di andare in questa direzione - i programmi sperimentali Brocca agli inizi degli anni novanta dello scorso secolo e il riordino dei cicli di Berlinguer (legge n. 30 del 2000) - non hanno avuto esito proprio perché non sono riusciti a costruire un baricentro capace di andare oltre le rispettive storie, e di riportare in particolare l'istruzione tecnica all'interno di un sistema ad impianto realmente unitario. E' noto che il pur rilevante successo dei programmi Brocca si è arrestato alle soglie dell'istruzione tecnica, soprattutto industriale, e che nel modello unitario onnicomprensivo di Berlinguer spiccava un'area "tecnica e tecnologica" che preservava in buona misura le caratteristiche tradizionali degli istituti tecnici e professionali.
Anche la licealizzazione dell'istruzione tecnica proposta dalla riforma Moratti si è risolta, alla fine, nel compromesso dei "licei vocazionali", un ossimoro curricolare che conservava in pieno la diversità tra la sub-area dei licei generalisti e quella dei licei tecnologici ed economici. E' stato facile per il governo Prodi-Fioroni cancellare questa finzione unitaria, ripristinando l'autonomia dell'istruzione tecnica e di quella professionale, cui la commissione De Toni ha poi offerto una base di giustificazioni e una forte legittimazione identitaria.
La stessa idea di "competenza", che soprattutto dalla metà degli anni novanta era stata utilizzata come possibile chiave di volta per il ripensamento in termini unitari di tutta l'istruzione secondaria superiore, e come concetto-ponte volto a far dialogare il mondo dell'istruzione con quello del lavoro (da cui traeva origine), ha mostrato di essere molto più utile e utilizzabile per modernizzare l'istruzione tecnico-professionale che non per ridefinire l'identità e il modo di insegnare e apprendere tipici della tradizione liceale.
Se non altro, la polemica Gentili-Israel è servita a ben mettere in luce tutto questo.
9. CNOS: visioni e previsioni sui giovani
Il Cnos-Scuola e il Cons-Fap hanno promosso un articolato convegno nazionale, che si terrà il 20 Aprile 2010 presso il Salesianum, via della Pisana, 1111, Roma, dal significativo titolo "Giovani e sistema educativo di istruzione e formazione in Italia" per "riflettere" sulla presenza dei salesiani nel campo della scuola e della formazione professionale.
Ciò in quanto - come ha dichiarato a Tuttoscuola il Presidente don Mario Tonini - " l'istanza educativa è cruciale perché l'educazione è il bene per eccellenza", il luogo privilegiato "dove si gioca il destino dell'intera comunità nazionale".
Responsabili politici (ministro della gioventù Meloni)), autorità ecclesiastiche (Chavez, Crociata, Tonini, Attard), docenti universitari (Chiosso), esperti di politiche di sviluppo delle risorse umane e dei mercati del lavoro (Mocci) si confrontano sulla condizione dei giovani soprattutto in relazione alla progressiva disaffezione nei confronti dei percorsi scolastici.
Sui banchi di scuola si va consolidando la percezione del sistema scolastico come parcheggio, a causa dell'assenza di alternative e del protrarsi del percorso scolastico verso i livelli più alti come pura inerzia.
I giovani sognano un futuro vicino ai propri interessi più che quello coerente con il proprio percorso scolastico, e ciò evidenzia un solco incolmabile tra la scuola frequentata e la realtà vissuta. Il risultato è un atteggiamento adattivo nei confronti della scuola.
L'analisi, il confronto tra diversi punti di vista e strategie sono quanto mai opportuni non solo per prevenire decisioni non adeguate ai problemi, che lasciano le cose come stanno ed aumentano i divari tra le diverse realtà scolastiche, ma anche per promuovere "una sorta di santa alleanza per l'educazione" che sappia coinvolgere il maggior numero di interlocutori.
In questa prospettiva la condivisione delle analisi e delle modalità di sinergie da realizzare concretamente su obiettivi prioritari mirati alle esigenze dei giovani costituisce uno stimolo determinante di promozione di azioni condivise di tutti i soggetti, istituzionali e non, impegnati nel garantire l'erogazione del servizio di istruzione e formazione.
Conclusa la proclamazione degli eletti da parte degli uffici elettorali regionali della Corte dei Conti, entra nel vivo l'insediamento delle Assemblee legislative. Alcune regioni hanno già deciso la data di insediamento, altre assumeranno la decisione nei prossimi giorni e comunque non oltre il prossimo 14 maggio.
I governatori del Veneto Zaia e del Piemonte Cota, tra gli altri, hanno già costituito la giunta (in Veneto Marino Zorzato, vicepresidente, sarà assessore alla Cultura, Istruzione, Urbanistica; in Piemonte Alberto Cirio si occuperà di Istruzione, sport e turismo), mentre quelli della Toscana Rossi e dell'Emilia Romagna Errani hanno annunciato che entro questa settimana presenteranno il programma ed anche i nomi della Giunta. Nelle prossime settimane le nomine di altre giunte a partire da quelle di Puglia e Basilicata.
Intanto il governatore della Lombardia Formigoni, che ha assunto l'impegno di definire la "squadra di giunta" entro la fine del mese di aprile, dichiara "sono stufo di vedere la scuola italiana agli ultimi posti in Europa. Sono stufo di vedere i professori depressi a causa di un sistema che non garantisce la qualità ... La Lombardia chiede al governo di fare da apripista e di sperimentare un "nuovo modello".
Sulla stessa linea il governatore del Molise Iorio: "implementare e modernizzare l'offerta formativa ... una scuola sempre più legata al territorio... sono questi gli obiettivi strategici a cui stiamo lavorando come Governo regionale".
E' del tutto legittimo che le regioni cerchino più spazio all'interno del settore istruzione e vogliano essere pienamente partecipi del legame con il territorio che si realizza per il tramite della scuola.
La capacità di mettere in moto un sistema di gestione del settore istruzione e formazione basato su qualità, valorizzazione del merito, efficienza ed innovazione può costituire un vero salto di qualità nelle politiche formative regionali.
In questo processo di miglioramento dei livelli di qualità di funzionamento del sistema scolastico, il federalismo scolastico è strategico e può contribuire a voltare pagina, ma va modulato nel tempo secondo forme e modalità che abbiano la forza di garantire, comunque, l'unitarietà del sistema d'istruzione.