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SOMMARIO

  1. Manovra: le tre mosse che hanno messo in ginocchio la scuola. Servono correttivi
  2. C'era una volta la buonuscita. E i dirigenti scolastici se ne vanno
  3. Il blocco degli scatti colpisce anche pensione e buonuscita
  4. Pensione a 65 anni/1. Fuga in massa dalla scuola?
  5. Pensione a 65 anni/2. I risparmi reinvestiti in servizi per l'infanzia?
  6. Esame di licenza. Media ponderata per il voto finale
  7. Scrutini finali. Più rigore e selezione nelle ammissioni, almeno per ora
  8. Titolo V/1: Accordo complesso da chiudere con urgenza
  9. Titolo V/2: Qualità e responsabilità, la doppia scommessa


1. Manovra: le tre mosse che hanno messo in ginocchio la scuola. Servono correttivi

Dopo le incertezze di lettura e di interpretazione del testo definitivo della manovra finanziaria disposta con il decreto legge 31 maggio 2010, n. 78, la settimana scorsa sono usciti in chiaro gli interventi relativi al settore scolastico. Ed è stato come entrare in un incubo per gli operatori della scuola.

C'è, prima di tutto, come previsto anche per gli altri dipendenti pubblici, il blocco dei contratti. Il CCNL della scuola, previsto per il triennio 2010-12, non ci sarà e non sono nemmeno previsti recuperi stipendiali a carico del successivo contratto, come qualcuno aveva auspicato.

Il triennio 2010-2012 viene sterilizzato e gli stipendi restano bloccati al loro valore attuale fino al successivo CCNL 2013-2015. Nel triennio 2010-12 non sono previste in alcun modo altre forme di incremento stipendiale che possano far aumentare anche di un solo centesimo l'importo delle retribuzioni attuali. Questo significa che anche per la scuola, come per gli altri comparti, i dipendenti non potranno fruire dei normali scatti di anzianità. Per il comparto scuola quasi la metà dei docenti e degli ATA non potrà avere in questo periodo il passaggio di posizione che mediamente vale circa 2 mila euro all'anno (il 10% della retribuzione in godimento).

Secondo intervento: non potrà nemmeno esserci in questo triennio l'assegnazione ai meritevoli delle risorse derivanti dal 30% dei risparmi della precedente manovra finanziaria; risorse che, invece, saranno destinate a risanare debiti delle scuole e a pagare i supplenti. Per ora nulla, dal 2013 si vedrà.

Infine, un'apposita disposizione riservata soltanto al personale della scuola, come prontamente ha rilevato Tuttoscuola, prevede che il triennio 2010-12 non abbia alcun effetto sull'intera progressione giuridica ed economica di carriera. In questo modo e per tutti, docenti e Ata, i futuri passaggi di posizione stipendiale fino al termine della carriera saranno ritardati di tre anni.

Lo Stato ci guadagnerà circa 19 miliardi, mentre il personale scolastico da qui al 2047 ci perderà complessivamente in media 29 mila euro di stipendio.

E poi ci sono le ricadute sulla pensioni e sulla buonuscita, come abbiamo rilevato sopra. Nient'altro? La domanda è retorica. Quello che ci si aspetta, al contrario, sono correttivi nel senso di maggiore equità (soprattutto tra dipendenti e "casta", eliminando la franchigia che annulla i tagli per i dirigenti per i primi 90 mila euro di stipendio) e interventi più mirati dove ci sono sprechi e inefficienze, e non tagli generalizzati che hanno un sapore punitivo verso un'intera categoria.

A questo riguardo è ancora possibile (fino a lunedì 14 alle ore 17) esprimere la vostra opinione a riguardo nel sondaggio di tuttoscuola.com ( http://www.tuttoscuola.com ) su come cambiare la manovra prima della sua conversione in legge.


2. C'era una volta la buonuscita. E i dirigenti scolastici se ne vanno

Dal prossimo 1° gennaio 2011 si cambia. Il trattamento di fine servizio (TFS), meglio noto come liquidazione o indennità di buonuscita per i dipendenti pubblici, non esisterà più e verrà sostituito dal TFR, trattamento di fine rapporto.

Lo prevede la manovra finanziaria del decreto legge 78/2010, che in questo modo estende a tutti i dipendenti statali il TFR (già applicato dal 2000 ai nuovi assunti e al personale a tempo determinato) e, come è noto, in vigore da sempre per i dipendenti del settore privato.

"Con effetto sulle anzianità contributive  maturate  a  decorrere dal  1  gennaio  2011,  per  i lavoratori  alle   dipendenze   delle amministrazioni pubbliche ...per  i  quali  il  computo  dei trattamenti di fine servizio,  comunque  denominati,  in  riferimento alle predette anzianità ... il computo dei predetti trattamenti  di fine servizio si effettua secondo le regole di cui al citato articolo 2120 del codice civile, con applicazione dell'aliquota del  6,91  per cento". 
L'articolo 2120 del Codice civile è quello che regolamenta il TFR, mentre l'aliquota del 6,91% rappresenta il contributo statale applicato alla retribuzione annuale per calcolare l'importo del TFR stesso. Per la "vecchia" buonuscita il calcolo si faceva sull'ultima retribuzione.
Nel cambio il dipendente non ci guadagna, soprattutto se durante la carriera ha cambiato profilo professionale, come nel caso dei docenti diventati per concorso dirigenti scolastici (per quelli più anziani e di recente nomina lo svantaggio economico può essere pari ad un terzo e più).
C'è altro. La corresponsione del TFR sarà rateizzata per gli importi superiori ai 90 mila euro.
Per gli importi superiori a 90 mila e inferiori a 150 mila il TFR verrà corrisposto in due annualità (90 mila più il resto); se superiori a 150 mila in tre annualità (90mila, 60mila e il resto).
Per queste ragioni complessive molti dirigenti scolastici (si parla di alcune centinaia) hanno rassegnato le dimissioni entro l'ultima data utile del 31 maggio scorso.

3. Il blocco degli scatti colpisce anche pensione e buonuscita
Per i dipendenti dei comparti pubblici, scuola compresa, che subiranno il blocco degli scatti stipendiali per il triennio 2010-12 (senza contare il contemporaneo blocco del contratto), esso avrà immediate ricadute anche sulla pensione e sulla buonuscita (Tfr dal 2011) per coloro che per raggiunti limiti di età o per dimissioni lasceranno il servizio nei prossimi anni.
Gli svantaggi saranno diversi a seconda della posizione personale di anzianità anagrafica, anzianità contributiva e anzianità di carriera, ma saranno comunque svantaggi determinati proprio dal raffreddamento degli stipendi.
I sindacati di categoria stanno facendo calcoli e stime anche per documentare le perdite e gli effetti indiretti della manovra, in modo da esercitare sui parlamentari possibili pressioni, dati oggettivi alla mano, per modificare la manovra in sede di conversione del decreto legge.
La Flc-Cgil, ad esempio, ha calcolato che il mancato passaggio di gradone per le posizioni terminali della carriera per il personale scolastico comporterebbe una minor pensione netta e una più bassa liquidazione finale della buonuscita per i seguenti importi.
Un professore di scuola secondaria superiore avrebbe annualmente una minor pensione, al netto, tra i  598 e gli 845 euro, nonché una minor liquidazione netta compresa tra i 3.740 e i 4.690 euro. 
Da notare che se l'ammontare della buonuscita supera comunque i 90 mila euro, la corresponsione avviene in due annualità. 
Un professore di scuola media, secondo i calcoli della Cgil-scuola, allo stesso modo avrebbe una minor pensione, al netto, tra i  689 e gli 897 euro all'anno, oltre a percepire una minor liquidazione netta compresa tra i 3.685 e i 4.975 euro. Peggio, dunque, del collega delle superiori.
Per un DSGA che si trovi agli ultimi (mancati) passaggi di gradone la minor pensione, al netto annuo, sarebbe addirittura tra i 936 e 1.053 euro; la minor buonuscita, al netto, sarebbe di 5.956 o 6.123 euro, oltre al possibile effetto di rateizzazione se superiore ai 90 mila euro lordi.

4. Pensione a 65 anni/1. Fuga in massa dalla scuola?

L'Europa lo ha preteso e il Governo ha dovuto introdurre (ma non si sa quanto malvolentieri) l'obbligo per le dipendenti della Pubblica Amministrazione di rimanere in servizio fino a 65 anni, a cominciare dal 2012, come già previsto per i loro colleghi uomini.

Lo ha già deciso il Consiglio dei Ministri che prevede di inserire con un emendamento la nuova norma nel decreto legge della manovra di correzione dei conti pubblici, attualmente in discussione al Senato, mediante un apposito emendamento.

Secondo i primi calcoli, rimarranno bloccate in servizio tra il 2012 e il 2017 per altri quattro anni e fino a 65 anni di età circa 32.300 lavoratrici, una quantità che il Ministro del lavoro, Maurizio Sacconi, ha ridimensionato dichiarando che l'aumento dell'età pensionabile riguarderà "una platea di 25mila donne da qui al 2019".

Di queste, 18 mila sono dipendenti della scuola (in media il 56% delle donne che vanno in pensione di vecchiaia anticipata appartengono al comparto dell'istruzione).

Se questo è il numero quasi preciso delle dipendenti "bloccate", non si sa invece quante siano le dipendenti, soprattutto della scuola, che non aspetteranno l'applicazione della norma e se ne andranno per dimissioni qualora raggiungano i limiti di anzianità contributiva e di età oggi previsti.

Per il settore scolastico c'è soltanto una finestra utile per lasciare il servizio prima della norma sul nuovo limite dei 65 anni, quella del 1° settembre 2011 (la prossima finestra del settembre 2010 è già chiusa per le domande presentate nel gennaio scorso).

Tenuto conto anche degli effetti negativi della manovra, oltre che del rinvio a 65 anni per l'uscita dal lavoro, potrebbe esserci una fuga in massa delle dipendenti della scuola.


5. Pensione a 65 anni/2. I risparmi reinvestiti in servizi per l'infanzia?

I risparmi di spesa per il pensionamento coatto a 65 anni delle dipendenti pubbliche, nella fase transitoria 2012-2019,  sono stati stimati in 1,45 miliardi di euro.

La misura di allungamento dell'età pensionabile dovrebbe comportare infatti minori spese per 2 miliardi di euro ma, detraendo la cifra dai maggiori costi che il mantenimento al lavoro delle lavoratrici implicherà, la quota di risparmio si riduce per la riduzione dell'effetto sul blocco parziale del turn over nel pubblico impiego, dal maggiore costo in termini di stipendi rispetto all'assegno pensionistico e dalla rivalutazione delle liquidazioni.

I risparmi confluiranno in un Fondo vincolato ad azioni per la famiglia e per le donne che consisterà in servizi per la conciliazione dei tempi di lavoro con le esigenza familiari, come ha dichiarato il ministro Carfagna, secondo cui "questi soldi all'inizio non costituiranno risorse ingenti" ma in seguito "serviranno a potenziare i servizi all'infanzia e alla non autosufficienza", una misura, secondo il ministro, che "allevierà il carico familiare che oggi grava quasi interamente alle donne" che oltre a lavorare devono anche coniugare i lavori domestici e la cura di bambini e anziani molto spesso non autosufficienti.

Si stima che il risparmio da devolvere al Fondo dovrebbe essere di 50 milioni nel 2012 e 150 nel 2013, per poi crescere negli anni. È l'occasione per reinvestire nuove risorse soprattutto per i servizi per la prima infanzia (asili nido, sezioni primavera, ecc.) che attualmente in Italia coprono meno del 13% (12,7%) della popolazione infantile interessata, nonostante sia stato assunto l'impegno nel 2002 a Barcellona per i Paesi dell'Unione di arrivare al 33% entro il 2010.

Potrebbe aprirsi un prospettiva di espansione delle sezioni primavera per bambini di due-tre anni di età, un servizio di facile esportabilità e attuazione, apprezzato dalle famiglie. 


6. Esame di licenza. Media ponderata per il voto finale

Tra poche ore, con avvii differenziati in base al calendario degli esami deciso autonomamente da ogni scuola, avranno inizio gli esami di licenza di fine primo ciclo (terza media). Unica data fissa, decisa a livello nazionale da tempo, è quella della prova scritta nazionale (cosiddetta prova Invalsi con test di italiano e matematica), prevista per il 17 giugno.

Per la prima volta il voto finale d'esame espresso in decimi, che dallo scorso anno ha sostituito il giudizio sintetico (ottimo, distinto ecc.), verrà definito secondo una procedura fissata per tutti dal Regolamento sulla valutazione (DPR 122/2009) che prevede la determinazione del voto, calcolando la media di tutte le prove e del voto di ammissione. Tutto chiaro?

Non esattamente, perché il regolamento parla semplicemente di "media", senza specificare se debba essere aritmetica (tutte le prove hanno lo stesso peso) oppure ponderata (pesi diversi ad alcune prove, come, ad esempio, per il colloquio e la prova nazionale e per il giudizio di ammissione).

Nei mesi scorsi scuole, dirigenti scolastici e gruppi di genitori hanno chiesto chiarimenti, molti auspicando anche che il Miur fosse favorevole alla media ponderata.

Dopo una lunga attesa, è stata pubblicata il 20 maggio scorso la circolare n. 49 sugli esami di licenza, ma, contrariamente alle aspettative, il ministero si è limitato a confermare semplicemente il termine "media" senza specificare se aritmetica o ponderata.

A quanto ci risulta, molte scuole hanno ritenuto quel semplice richiamo privo di aggettivazione come possibilità di interpretarlo autonomamente e hanno proceduto, quindi, con delibera del collegio dei docenti, all'attribuzione di "pesi" differenziati per le prove e per il voto di ammissione.

Forse quel silenzio del ministero è stato proprio voluto per rispettare le prerogative delle scuole, affinché potessero adottare valutazioni più funzionali ai meriti e alle situazioni personali degli alunni. Ma di diverso parere si sono mostrati alcuni uffici scolastici regionali, che hanno fornito l'interpretazione che il ministero centrale aveva evitato, invitando, quindi, tassativamente le scuole a calcolare la media aritmetica.


7. Scrutini finali. Più rigore e selezione nelle ammissioni, almeno per ora

A seguito di una rapida indagine-campione (consultate 200 istituzioni scolastiche di sei regioni su 2.046, pari a circa il 10%), con la maggior parte degli scrutini finali ancora in corso, il ministero dell'istruzione ha diffuso con un comunicato le percentuali degli ammessi agli esami o alle classi successive della scuola secondaria, da cui emerge un significativo aumento di non ammessi (bocciati).  

Il 6,1% di studenti dell'ultimo anno non è stato ammesso agli esami di Stato, il 13% dei primi quattro anni non è stato ammesso alla classe successiva.

Rispetto allo scorso anno, ha rilevato il comunicato ministeriale, la percentuale di non ammessi all'esame di Stato è aumentata per poco più di mezzo punto percentuale e quella dei non ammessi alla classe successiva sarebbe aumentata di quasi un punto e mezzo. "Più severità", fa notare, con apparente soddisfazione, il Miur. Una lettura diversa ne fa la responsabile scuola del PD Francesa Puglisi, secondo la quale i dati "non fanno che aumentare la preoccupazione sulle scelte inique del Governo che impoveriscono la qualità della scuola pubblica italiana".

Nello stesso tempo, come ormai avviene da anni, i principali quotidiani nazionali sono usciti con dati parziali propri, rilevati "porta a porta", cioè contattando diversi istituti delle maggiori città italiane. E i loro dati, ufficiosi e caserecci, hanno dato un segnale opposto a quello ministeriale, mettendo in evidenza un calo generalizzato di bocciati, come ha evidenziato, ad esempio, il Corriere della Sera che ha parlato di una percentuale di non ammessi intorno al 4%.

Ecco forse il motivo per cui l'ufficio stampa del Miur ha ritenuto di fornire un'anticipazione basata su dati provvisori, dai quali risulta una stretta in linea con la politica del rigore voluta dal ministro. Del resto nella comunicazione, come si sa, la prima impressione è quella che conta...


8. Titolo V/1: Accordo complesso da chiudere con urgenza

Il Miur è chiamato a scendere in campo per concorrere attivamente ed urgentemente al perfezionamento  dell'Accordo che definisce la strategia complessiva per l'attuazione del Titolo V.

Dopo il confronto tecnico dello scorso 9 giugno presso la Conferenza Unificata, manca solo il sì definitivo del Ministero della Pubblica Istruzione sulla  modifica dei tempi di attuazione, individuati rispettivamente per la data del 31 ottobre 2010 per la presentazione del disegno di legge di ricognizione delle norme generali, dei principi fondamentali e di definizione dei livelli essenziali delle prestazioni, e per la data  del 30 giugno 2011 per l'adozione dei DPCM di trasferimento delle risorse umane, strumentali ed economiche per chiudere l'Accordo tra Governo, Regioni e Province Autonome di Trento e Bolzano attuativo del Titolo V della Costituzione per il settore istruzione.

Si tratta di un complesso tentativo di individuare e responsabilizzare i livelli di governo nazionale, regionale e locale chiamati a fornire il servizio d'istruzione. La riorganizzazione delle aree di competenza dei vari soggetti istituzionali che le regioni stanno faticosamente cercando di portare avanti, ormai da circa un quinquennio, per individuare il livello di governo ottimale, non comporta maggiori costi rispetto all'attuale gestione centralistica della spesa per l'istruzione. Il finanziamento delle funzioni che verranno trasferite con l'attuazione dell'Accordo comporta ovviamente la cancellazione dei relativi stanziamenti di spesa dal bilancio dello Stato.

Il Presidente della Conferenza Errani, intervenuto alle celebrazioni dei quarant'anni di elezioni regionali, ha riassunto così il fine della riforma "... lavoriamo ad un progetto istituzionale per un Paese più forte e coeso, consapevole del valore dei diversi territori". Prospettiva confermata dal ministro degli affari regionali Fitto che ravvisa "... nella riforma del Titolo V della Costituzione forti e robusti elementi di autonomia regionale ... basti pensare ai costi standard, alla definizione dei livelli essenziali, alla responsabilizzazione degli amministratori, al riequilibrio e perequazione dei fabbisogni".  


9. Titolo V/2: Qualità e responsabilità, la doppia scommessa

Occorre, perciò, passare ai fatti e non nascondersi dietro l'alibi della paura delle ricadute del decentramento legislativo ed amministrativo sul settore scuola per continuare a coltivare la disillusione di sentir parlare di riforme, senza vederle mai realizzate. Per un nuovo destino della scuola, va, in primo luogo,  cambiato il suo sistema di gestione amministrativa. Avere un'efficace gestione amministrativa del servizio è un presupposto essenziale per il miglioramento dei livelli di qualità degli esiti formativi.

E cambiare si può a condizione di non girare intorno alla questione: qualità del sistema educativo e responsabilità delle Regioni e degli enti locali, nonché delle istituzioni scolastiche. La prima va tutelata e promossa da tutti, la seconda praticata e, se e quando venisse a mancare... chi sbaglia paga.

La sfida vera da affrontare è delineare un sistema d'istruzione che sia meno complicato e più partecipato nella gestione, perché dovrà affrontare nuove e più complesse sfide educative.

Il dibattito sul federalismo scolastico va orientato in modo intelligente, non con dichiarazioni ad effetto (vedi la polemica Bersani-Gelmini) o sui costi del servizio ma sull'efficacia con cui viene garantito nelle varie aree del paese.

Opportunamente l'assessore all'istruzione dell'Emilia e Romagna Patrizio Bianchi nel "sollecitare il Ministro Gelmini a sottoscrivere la bozza dì accordo, peraltro già condivisa lo scorso 22 gennaio", ha annunciato "la prossima formalizzazione di un progetto di legge regionale per definire modalità e strutture per esercitare le nuove funzioni in materia d'istruzione" che con l'attuazione del Titolo V saranno attribuite alla Regione.

Con l'Accordo, infatti, le Regioni assumono l'impegno di adottare una propria legislazione sulle materie che interessano la "vita" e l'"attività" della scuola. Si tratta in particolare di aree che toccano le leve di governo del sistema educativo a livello territoriale: programmazione della rete scolastica e dell'organizzazione del servizio, ruolo partecipativo delle autonomie scolastiche, dei soggetti sociali ed economici, istituzione di organismi di governance del sistema d'istruzione a livello regionale, provinciale e scolastico.

Obiettivo che non sarà mai raggiunto senza la condivisione dell'Accordo, che costituisce l'inizio di una fase di costruzione dell'intera impalcatura del sistema.

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