da Il Sole 24 ORE
Cos'è la competenza? Scuola senza frontiere
La riforma della scuola secondaria è un fatto importante per il sistema delle
imprese. L'accorpamento degli indirizzi dell'istruzione tecnica e professionale,
ad esempio, risponde meglio all'evoluzione sempre più rapida dei mestieri e
delle professioni che, nella società della conoscenza, rendono facilmente
obsoleti livelli eccessivi di specializzazione. Ma c'è un altro elemento del
nuovo impianto della scuola superiore che tocca da vicino il mondo delle
imprese: il richiamo alla formazione delle competenze dei giovani e
l'introduzione di modelli di apprendimento ispirati non soltanto al
trasferimento di conoscenze, ma alla loro applicazione.
In una società moderna, lo sviluppo delle competenze deve essere l'obiettivo
dell'intero sistema formativo: dalla scuola all'università, fino alla
formazione continua sul posto di lavoro. Ed è bene sgombrare il campo da
equivoci e polemiche improduttive: a misurarsi con la sfida delle competenze
deve essere tutta la scuola superiore, non soltanto l'istruzione tecnica e
professionale. In questo senso, non vi è alcuna intenzione di contrapporre
modelli educativi fondati sul trasferimento di saperi e discipline con stili di
apprendimento incentrati sullo sviluppo di abilità e prestazioni. Quasi fosse
uno "scontro di culture" dal quale deriverebbe, a detta di alcuni, una
pretesa superiorità dei licei, perché funzionali allo sviluppo di competenze
disciplinari "pure" rispetto agli altri tipi di scuola dove, invece,
il trasferimento disciplinare avverrebbe solo in forma ridotta e in chiave
strumentale.
In realtà, nessuna di queste impostazioni è corretta ed è il frutto di
attribuzioni improprie di significato ai concetti di competenza e conoscenza.
Proviamo a fare chiarezza. È un grosso errore di fondo identificare le
competenze con l'acquisizione di abilità specifiche legate solo a una
particolare professione, secondo elenchi e schemi classificatori rigidamente
preordinati. Se così fosse, l'istruzione liceale si distinguerebbe davvero,
contrapponendosi, a quella tecnica, diventando la scuola della conoscenza intesa
come fondamento di una professionalità "alta" che si costruirà poi
con la specializzazione universitaria. Ma la competenza è ben altro: è - molto
semplicemente - la capacità di "usare" la conoscenza. Basterebbe
ricordarci di questo per non temere che una didattica organizzata per competenze
possa nuocere alla conoscenza.
La competenza si esercita di fronte a situazioni reali, di vita o di lavoro, che
richiedono di saper combinare in modo efficace un sistema organizzato di
conoscenze e di utilizzarle in una pluralità di situazioni, spesso anche molto
differenti tra loro. Sviluppare competenze significa, dunque, saper fare bene
una cosa, sapere perché farla in un certo modo e sapere come ripeterla, anche
se cambiano le condizioni di contesto: è ovvio che questo processo non può
avvenire in assenza delle conoscenze necessarie. In questo senso, le competenze
rappresentano una risorsa decisiva per il successo delle persone e una
condizione essenziale perché siano competitive nel mercato del lavoro.
Sotto questo punto di vista, anche il più umanistico dei licei è perfettamente
in grado di garantire lo sviluppo di competenze e abilità specifiche e
utilizzabili nella vita reale. Ma è anche vero che è soprattutto la cultura
tecnica e tecnologica che realizza in modo più compiuto questa sintesi tra
conoscenza e capacità di applicazione. Ed è proprio l'istruzione tecnica a
dover temere i danni maggiori dalla diatriba tra "disciplinaristi" e
"prestazionisti", perché rischia di rimanere a metà del guado. Al
contrario, gli istituti tecnici devono essere il primo, fondamentale
"luogo" formativo dove i giovani si avvicinano alla cultura
tecnologica e dell'innovazione. Una cultura di cui non soltanto il mondo
produttivo, ma tutto il paese ha grande bisogno.
Alberto Meomartini è presidente di Assolombarda
e della Commissione università di Confindustria